“La terapia finisce, tuttavia continua.

 I familiari portano il terapista dentro di sé

 mentre il terapeuta si porta dentro la famiglia.

 La vita va avanti e al terapeuta resta l’entusiasmo

di essere stato coinvolto

 in un’esperienza umana ricca di sentimenti”.

 

Carl Whitaker

 

L’estate è un momento in cui si chiudono diversi percorsi terapeutici.

La fine di una terapia è per me sempre molto emozionante perché è un  momento di bilancio e di saluti, ancora più toccante quando a concludere il suo percorso con me è un adolescente.

Mi appassiona vedere la metamorfosi di queste creature fragili e forti, che imparano a vivere integrando gli aspetti ambivalenti presenti nella vita e “buttare il cuore oltre l’ostacolo”.

Non tutte le paure scompaiono, non è questo l’obiettivo, alcune restano, ma non hanno più il potere di paralizzare chi le vive, che trova quindi il coraggio di affrontarle e superarle.

Spesso chiedo alle persone di scrivere che cosa è stato per loro questo percorso, una sorta di lettera alla terapia.

Questa è la lettera alla terapia di Pilar, una ragazza di 15 anni che ha passato con me un’ora ogni mercoledì pomeriggio per un anno e tre mesi.

Pilar ha spiegato le sue ali, non ha più bisogno di una stampella per andare incontro alla vita e comprendere le sue emozioni. 

Come dice Carl Whitaker nella citazione in cima al post “la terapia finisce, tuttavia continua …” continua nella vita quotidiana che Pilar sta imparando ad affrontare da sola.

Una parte di Pilar resterà con me, negli origami lasciati nel mio studio, in quel piccolo Tao “con un po’ di bene nel male e un  po’ di male nel bene” che mi ha lasciato come segno del suo passaggio, nel ricordo di quella ragazzina rompiscatole che metteva in discussione tutto e che ha imparato a sorridere.

Vi lascio con le sue parole, efficaci e simboliche.

 

“Le cose non cambiano velocemente.

La terapia, la guarigione, non hanno la velocità di un fulmine che riporta le cose alla normalità.

No.

Bisogna imparare a sfogare le emozioni ostili con le peggiori parole, a sentire tutto l’odio che proviamo, ma ricordare, secondo dopo secondo, che c’è qualcosa di migliore di quell’odio.

Che  noi non siamo così  mostruosi come pensiamo e che tutto ciò che per noi è sbagliato, irraggiungibile, incomprensibile e ci è lontano, può essere preso con positività e interiorizzato nell’amore che proviamo per noi stessi.

Si comincia prendendosi cura di sé, rimanendo qualche secondo di più a contemplare la figura nello specchio per finire poi magari con una risata liberatoria, sincera e spensierata.

Sarà lunga, ma si imparerà ad amarsi passo dopo passo.

E che bisogno c’è di un fulmine se si può guardare il cielo nuvoloso aprirsi lentamente in un arcobaleno?”

Maria Grazia 

Nella foto: “Adolescenza” di Agata Fasulo

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Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema è il dialogo con i propri figli adolescenti.

Manu ci parla di quanto per lei sia importante il dialogo con le sue figlie, forse anche perché è la cosa che sente esserle mancata di più con i suoi genitori:

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.”

Ci parla di quanto, proprio per questo, quando questa modalità sembra non funzionare, si sente frustrata.

Eh già! Uno cerca di fare del proprio meglio e di evitare di ripetere gli errori fatti dai propri genitori e poi si ritrova a vivere le loro stesse frustrazioni.

Con i figli che a volte parlano e a volte no, con le differenze tra un figlio e un altro che fanno capire che davvero non si può mai abbassare la guardia e pensare di avercela fatta, di avere trovato la chiave per entrare nella stanza dell’adolescenza, perché poi questa chiave, a un certo punto, nella toppa non ci entra più!

Cosa fare quando un figlio non parla?

 “Che cos’hai fatto oggi?”

“Niente”

Quante volte siamo stati protagonisti o testimoni di una conversazione di questo tipo tra un genitore e suo figlio adolescente?

“Niente” è una risposta adolescenziale molto tipica che suscita negli adulti reazioni di fastidio e disorientamento.

“Ci vediamo così poco e tu non hai nemmeno voglia di parlare”

Questa può essere la conseguente risposta piccata del genitore di turno che porterà probabilmente il ragazzo a rispondere con uno sbuffo contrariato “uff!”.

I genitori si sentono confusi di fronte alla carenza di comunicazione dei propri figli, soprattutto quando il lavoro e gli impegni riducono le occasioni di incontro, ma quel “niente” a volte significa soltanto “non è il momento”.

Il compito difficile dell’adulto è quello di mantenere viva la propria curiosità nei confronti del figlio, senza assillarlo e, se saprà attendere il momento giusto, si ritroverà ad ascoltare racconti dettagliati di giornate attuali e persino passate…a volte fino alla nausea.

Quando si hanno figli adolescenti succede questo: silenzi e musi lunghi si alternano a relazioni dettagliate persino relative a mesi precedenti; arriva un momento in cui un evento diventa disponibile alla narrazione e d’un tratto la parola trova voce e prende vita.

Questo accade quando è possibile, quando è giunto il momento.

In adolescenza il processo di costruzione della propria identità passa anche attraverso le parole per dire se stessi.

Nella cosiddetta afasia degli adolescenti non sempre c’è un esplicito desiderio di non parlare con gli adulti, spesso è presente una difficoltà: l’impossibilità a dire una determinata cosa e allo stesso tempo la difficoltà a parlare di questa impossibilità.

Non si tratta, per usare le parole di Manu “di stare fermi e aspettare che l’adolescenza passi”, ma di sintonizzarsi emotivamente e affettivamente con se stessi e con i propri figli e comprendere in questo modo di cosa parla il proprio desiderio di dialogo e l’angoscia determinata dai silenzi di un figlio.

Mamma Manu è stata bravissima a mettersi in questa posizione di ascolto e ha trovato le sue risposte la prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.”

Paura che tanti genitori hanno in questo periodo della vita dei figli: la paura che questi facciano degli errori, dei grandi errori, di quelli che sembrano irreparabili, quelli per cui si pagano le conseguenze per molto tempo.

È comprensibile, umano e condivisibile voler aiutare i propri figli e sostenerli perché siano in grado di non mettere a rischio la propria sicurezza e siamo d’accordo con quanto dice Manu Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.”

Ed ecco un altro tema importante sul quale soffermarsi:

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

L’adolescente non è solo un musone che non ha voglia di parlare con i genitori, ma anche un individuo che sta costruendo la propria coscienza di sé attraverso il silenzio, che spesso non viene tollerato dagli adulti perché loro stessi non sono più abituati a viverlo.

Eppure il tempo del silenzio e della riflessione è un tempo fondamentale per metabolizzare le sensazioni e le esperienze.

In questa fase la voglia di parlare e i silenzi si alternano e diventa importante avere dei segreti da non condividere con i grandi, genitori in primis. La parola prende più facilmente voce con gli amici, soprattutto quelli più cari, magari l’amico intimo con cui si costruisce anche un linguaggio condiviso.

In un momento come questo l’adulto dovrebbe osservare e ascoltare anche il silenzio, che è comunque comunicazione. Bisognerebbe avere la capacità di considerare il silenzio di un figlio non come un blocco, ma anche come un’occasione di crescita.

Il silenzio di un adolescente non ha bisogno di parole ma di presenze rispettose e permette un contatto con l’altro nel momento in cui il proprio diritto a tacere viene riconosciuto, come diritto all’alterità.

Attraverso il riconoscimento del suo silenzio l’adolescente si sente riconosciuto anche come individuo indipendente e impara a stare, a rivolgere la propria attenzione anche verso il mondo interno, a fare imprimere le esperienze perché possano lasciare il segno.

Vede riconosciuto il suo diritto di prendere tempo per capire le cose, per viverle anziché correre loro accanto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

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Continua la collaborazione con il blog di genitori Genitorialmente.

Questo mese l’argomento di cui parleremo è:

Come parlare con i figli adolescenti.

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.

Io credo fortemente nella comunicazione, nella vita privata come nel lavoro, ritengo che solo parlando si può capire, conoscere, fare delle scelte. e crescere.

Ricordo che ho iniziato a parlare alle mie figlie quando erano in grembo, ho continuato quando erano in carrozzina e non ho mai smesso. Si dice che se vuoi che i tuoi figli ti raccontino la loro giornata, la loro vita, tu devi raccontargli la tua.

Io ho sempre fatto così, ma devo dire che ha funzionato a metà, ovvero ha funzionato con la mia seconda figlia ma non con la prima, quindi credo che alla fine sono i nostri ragazzi che decidono se parlarci, quando parlarci e cosa dirci.

Parlare con i figli per me è, come si dice, una fissa.

Cosa fare quando un figlio non parla?

Ci sono quei ragazzi che io definisco i “finti chiacchieroni”, non smettono mai di parlare, vieni travolto da un mare di parole, ma se rifletti su quello che ti stanno dicendo ti accorgi che di sé non ti raccontano nulla, ti parlano degli amici e di tutto il resto.

Poi ci sono gli introversi, come parlare con i figli se sono timidi o introversi? In questo caso la difficoltà è doppia.

I genitori parlano, chiedono, suggeriscono, ma dall’altra parte ci sono risposte a monosillabi.

Come fare a parlare con i figli?

Spesso altri genitori mi chiedono perché io ci tengo così tanto al dialogo, “Lascia stare la tue figlie, devi avere pazienza, devi aspettare che questi anni passano”.

Devo stare ferma ed aspettare che passi l’adolescenza? Mi sembra così assurdo.

E’ arrivato così un giorno che ho rivolto a me stessa questa domanda:

    Perché per me il dialogo con le mie figlie è così importante?

 

Sembra una domanda scontata, ma in realtà non lo è. La prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.

C’è un’età in cui i nostri figli vogliono sperimentare, fare le loro esperienze, so che sbaglieranno, non mi spaventano gli errori, mi spaventano i grandi errori.

Credo che un dialogo aperto possa prevenire qualche errore, ma soprattutto, come dico alle mie figlie

Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.

Come genitori non possiamo aspettarci che i nostri figli vengano a parlarci proprio quando l’hanno combinata grossa. L’unica possibilità che abbiamo è di costruire giorno per giorno un dialogo basato sulla fiducia e sul confronto.

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

Come parlare con i figli o come interpretare i loro silenzi?

Sarò limitata, ma quando mi dicono che anche il silenzio ha un significato, mi viene da dire che il silenzio ha un significato per chi normalmente parla, ma per chi invece non parla normalmente, il silenzio è solo il suo normale modo di essere, o no?

Quando parli con tuo figlio adolescente spesso vedi “il vuoto” nel suo sguardo, ti accorgi che non ti ascolta, ma noi genitori andiamo avanti imperterriti a “dare lezioni”, sarebbe più giusto fermarsi? O è meglio parlare sempre, col rischio di diventare noiosi, perché prima o poi qualcosa percepiscono?

Io credo che il problema sia proprio questo. Come riuscire a costruire un dialogo con i propri figli. Come parlare con i figli senza diventare noiosi e ripetitivi; ma al contrario fare in modo che tuo figlio ti trovi almeno un po’ interessante e degno di attenzione.

Quando nasce un figlio nasce anche un genitore. Poi il figlio cresce e anche noi genitori cresciamo con i nostri figli. Le nostre esperte psicologhe di PsyBlog e  Studiopsynerghia ci aiuteranno  in questo cammino a trovare le risposte ai nostri dubbi.”

Manu del blog Genitorialmente

Le nostre risposte arriveranno mercoledì prossimo.

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Anche quest’anno saremo presenti in occasione di Queeresima con i nostri laboratori pensati e realizzati con Famiglie Arcobaleno.

Con la collaborazione di Gisa Perra, Laura Orgiana, Roberta Scanu, Sara Fanti.

Sei quel che sei!

Laboratori sulla libera espressione di sé e sulla valorizzazione delle differenze per bambine e bambini dai 3 agli 11 anni.

Via aspettiamo sabato 11 giugno al Parco Giardino Ex-Vetreria di Pirri, Via Italia, dalle 17:00 alle 19:30.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ed ecco arrivato il post di maggio, come sempre ci piace lasciarci stimolare dalle riflessioni e dalle domande dei genitori del blog Genitorialmente.it.

Questo mese il tema è quello dell’autostima in adolescenza e, nello specifico, ci si interroga su quale possa essere il ruolo dei genitori al riguardo.

L’adolescenza è una fase della vita che spaventa molto i genitori,  i quali vedono i loro figli cambiare: anche i bambini più solari diventano introspettivi, compaiono emozioni come rabbia e tristezza, che fino a quel momento erano più limitate, e si fanno strada la contestazione dei ruoli genitoriali e il tentativo di affermazione di sé dei ragazzi.

Mamma Manu di Genitorialmente.it si mette in gioco, portandoci alcuni elementi della relazione con sua figlia:

[Noi genitori non riconosciamo più i nostri figli e davvero non sappiamo più come interagire con loro. I momenti di dialogo sono pochi e spesso si trasformano in momenti di scontro.

Però qualche volta succede che si riesce ad andare oltre, allora scopriamo che nostra figlia così assente e spesso arrogante è molto fragile.

“Io non sono capace di fare niente, come  sono brutta, non ci riuscirò mai, ho un brutto carattere.]

Parole pronunciate tra lacrime e silenzi e magari anche qualche sbuffo e una porta che viene sbattuta dietro di sé per lasciare spazio alla musica ad alto volume. Un rumoroso tentativo di sentirsi rispecchiati nelle parole di altri che ce l’hanno fatta diventando famosi, più realizzati, migliori … insomma!!!

Manu e Flavia ci fanno poi la domanda in modo diretto:

[Cosa dobbiamo fare noi genitori per costruire autostima negli adolescenti?]

Prima di tutto vogliamo precisare che l’autostima è il valore che attribuiamo a noi stessi, il modo in cui ci percepiamo;  questo comprende quanto riusciamo a volerci bene e quanto siamo capaci di portare avanti ciò che ci proponiamo.

Si tratta di qualcosa di multidimensionale, un contenitore di diversi aspetti: la personalità, la scuola, la relazione con la famiglia e con il gruppo di amici.

Manu paragona sua figlia ad un bellissimo fiore che deve trovare il coraggio di sbocciare: è una splendida metafora, alla quale ci viene da affiancarne un’altra, quella del bruco che diventa farfalla e della immensa fatica che fa per uscire dalla crisalide. Avete mai visto una farfalla che esce dalla crisalide? Ci vogliono ore infinite perché piano piano possa liberare le sue ali e, anche una volta fuori dal guscio, non è ancora pronta per volare. Dovrà rimanere ferma a fare asciugare le ali, ancora uno stato di immobilità e di incertezza prima di librarsi in volo e mostrare i suoi colori.

[Lei mi ascolta, magari si calma e smette di piangere, ma leggo nei suoi occhi che non mi crede.]

Le parole dei genitori non sempre riescono ad essere un balsamo per aiutare i nostri ragazzi, ciò che Manu dice aiuta  la figlia ma non riesce a risolvere totalmente il problema. Ci sono infatti degli aspetti personali che necessitano di un tempo di riflessione e di stasi, così come la crisalide che diventa farfalla.

Tempo e pazienza sono fondamentali sia per i genitori che per i figli, nonostante l’impazienza di entrambi che si incontra/scontra con sentimenti ambivalenti: i figli che non vedono l’ora di crescere anche se ne hanno paura e i genitori che vorrebbero vedere crescere i figli felici e stare bene subito, anche se poi una parte di loro desidera tenerli bambini per sempre per poterli proteggere.

È fondamentale riuscire a porsi in una posizione di ascolto dei nostri ragazzi cercando di mettersi nei loro panni. Se si riesce ad entrare in sintonia con i figli si è già sulla buona strada. L’ideale è essere capaci di ricordarsi come si era alla loro età, ricordare la propria adolescenza e le emozioni così differenti e contrastanti che hanno caratterizzato la nostra esperienza. Questo aspetto è molto importante per riuscire a dare la giusta importanza ai racconti e ai vissuti dei figli. Così il rischio di banalizzare qualcosa che per loro è importante si riduce tantissimo e si instaura una comunicazione efficace e sincera.

Ma i genitori si ricordano come erano da adolescenti? Come vivevano il rapporto con il proprio corpo, con i coetanei, con i propri genitori, con la scuola, con il sesso, con il desiderio di trasgressione, con l’idea del futuro? Tante volte ci ritroviamo a fare queste domande a genitori con figli adolescenti e il primo passo è spesso quello di ricostruire questi elementi in parte dimenticati o messi da parte.

Mettersi in posizione di ascolto significa dunque liberarsi dalla tentazione di giudicare immediatamente ciò che si ritiene sbagliato come adulti, per entrare in empatia con i figli e capire come davvero si sentono. Per fare questo in modo adeguato è importante saper osservare anche il linguaggio del corpo ed essere davvero interessati a ciò che dicono, cercando di ricordare i nomi e le storie degli amici e dei professori, vedere come cambia il tono di voce a seconda delle persone e delle situazioni di cui parlano.

È importante anche poter accettare che i figli siano diversi da noi o magari che siano simili, mentre avremmo voluto che fossero più forti o liberi.

Ciò che è certo è che i ragazzi hanno bisogno di sapere che i genitori hanno fiducia in loro, anche se a volte sbagliano perché gli errori non sono qualcosa di irreparabile, ma esperienze che aiutano a crescere, attraverso il confronto con gli altri e col  mondo.

Quindi quando un figlio propone un’idea o parla di un progetto, che magari agli adulti sembra campato in aria o pericoloso o magari inutile o chissà cos’altro, è importante non partire subito con la critica, ma dimostrare apprezzamento per l’impegno e la volontà, facendo lo sforzo di non concentrarsi solo sugli errori ma aiutarlo, ragionando con lui su come migliorare il progetto o l’idea, supportandolo nel trovare soluzioni e immaginare le conseguenze legate alle scelte.

E quando un figlio sbaglia, che fare?

Intanto il primo passo è abbandonare la propria onnipotenza come genitore che pensa di poter proteggere i figli dai mali del mondo e dalla sofferenza interiore. Questo non è possibile. È possibile però rendersi disponibili e dimostrare di esserci se loro avranno bisogno e supportarli nel processo di analisi della situazione che li ha messi in difficoltà ragionando con loro sui motivi che hanno portato al fallimento, su quali sono le emozioni che provano in questa circostanza, su come pensano che potrebbero modificare il proprio comportamento in situazioni simili in futuro e poi facendo loro la domanda più umile del mondo “cosa pensi che io possa fare per aiutarti?”.

Manu aggiunge ancora altri elementi che ci permettono di ampliare la nostra riflessione

[Io le dico che quello che conta è quello che sei, non quello che hai. Ma a questa età l’apparire è molto importante. Avere la felpa firmata ti fa sentire importante e sentirti importante ti rende sicuro. Ma io sono contro l’apparire, sto sbagliando? Gli amici sinceri ti staranno sempre vicino, si ma se nel frattempo non hai amici forse è meglio avere amicizie di serie B, che niente.]

Andiamo a toccare in questo modo un altro aspetto fondamentale dell’adolescenza: il bisogno di costruire la propria identità confrontandosi con gli altri. Anche in questo caso è molto importante non sminuire la cosa dicendo le solite frasi che gli adulti dicono “ma che bisogno hai di essere come gli altri? Tu devi essere te stesso” e altre simili affermazioni.

Non è un messaggio efficace e ottiene il solo obiettivo di fare sentire i ragazzi giudicati e non capiti dai genitori.

È invece importante non trattarli come bambini che hanno bisogno della felpa uguale agli altri o dei jeans attillati per essere qualcuno, ma riconoscere il bisogno sottostante a queste richieste e considerarli come ragazzi consapevoli che stanno crescendo. Questo non significa accontentare i figli in tutto. La capacità genitoriale di dire di no quando è necessario è sacrosanta, ma deve essere ben motivata e non basata solo su un generico “lo faccio per il tuo bene”.

Manu ci porta poi di fronte ad un altro tema fondamentale: gli adolescenti e la scuola.

[La scuola è un altro punto dolente.

“Io non ce la faccio, non sono capace”

Come aiutarli a vedere i passi avanti che pian piano stanno facendo?

Dobbiamo riconoscergli maggiormente i loro passi avanti o dobbiamo stimolarli a fare sempre meglio?]

La scuola è infatti una fondamentale agenzia di socializzazione per i figli e se, fino alle elementari, rappresenta un contesto abbastanza protettivo, dalle scuole medie in poi la situazione cambia e la scuola diventa il luogo in cui ci si scontra con tutte le proprie difficoltà, non solo legate alle materie ma anche alle relazioni.  A creare difficoltà possono essere sia le relazioni con altri adulti di riferimento quali gli insegnanti, che con i compagni di classe, coetanei che possono rappresentare delle grandissime risorse ma anche delle enormi difficoltà. È una fase in cui diventa molto più difficile proteggere i propri figli, che piano piano devono imparare a mettersi in gioco affrontando le proprie paure.

[Esiste un’età fino a quando dobbiamo comprendere e assecondare e un età in cui invece dobbiamo stimolare e fargli capire che la vita è una grande sfida?

Noi genitori ci ripetiamo che è giusto che i nostri figli sbaglino, perché solo in questo modo impareranno. Poi però non siamo disposti a farli sbagliare almeno nelle cose importanti come la scuola. Qual è il limite?

Fino a dove dobbiamo accompagnarli per far si che non cadano e non si facciano male e dove invece dobbiamo lasciarli andare?]

I nostri ragazzi sanno già che la vita è una sfida e la vivono ogni giorno in questo modo: affrontando le proprie paure per andare avanti, anche quando a noi non sembra. Comprendiamo la difficoltà dei genitori ad accettare che i figli possano sbagliare anche a scuola, che è il luogo in cui i ragazzi gettano le basi per il proprio futuro ma, allo stesso tempo, ribadiamo che può succedere anche questo: che ci siano delle difficoltà a scuola o che, se i ragazzi sono molto concentrati nella risoluzione di aspetti di vita più personali, possano per un periodo trascurare le attività scolastiche. I genitori devono fare i conti con questa possibilità e capire come li fa sentire, prima ancora di affrontare la cosa con i figli. Come sempre è opportuno analizzare la vera difficoltà che sta dietro un comportamento e non trattarli come ragazzini pigri, se loro cercano di comunicare qualcos’altro.

Non stiamo dicendo che sia opportuno abbassare la guardia e lasciare fare ai figli ciò che loro “vogliono”, ma che come sempre è fondamentale, per trovare il modo giusto di agire, porsi in una posizione di ascolto e dialogo e poi le parole verranno da sole. Perché, lo ribadiamo ancora una volta, i genitori sono coloro che conoscono meglio di ogni altro i propri figli, se riescono ad entrare in contatto con i ragazzi e non farsi offuscare dal filtro delle proprie paure e preoccupazioni.

Non è un equilibrio facile da costruire ma occorre ricordarsi che, se per i figli gli errori sono delle occasioni per crescere, lo stesso vale per i genitori: non si può pensare di andare avanti senza sbagliare. I buoni genitori non sono quelli che non sbagliano mai, ma quelli che sono capaci di rendersi conto degli errori fatti e di mettere in atto dei comportamenti per imparare dagli stessi e trovare sempre nuove strategie per affrontare le diverse fasi della vita.

Manu ci chiede

[Come possiamo fare in modo che lei si fidi maggiormente di noi? Se lei ci ascoltasse i risultati saranno migliori, e lei sarà più forte e più gratificata, o no?]

La fiducia non è qualcosa di statico, ma si costruisce nel tempo e ha una forte componente relazionale. I figli sentiranno di potersi fidare dei genitori quanto più li sentiranno autentici e sapranno che sono loro i primi a riporre fiducia nei loro confronti.

La fiducia però può anche essere tradita ogni tanto e, in questi casi, è importante che i genitori non si sentano punti nel vivo della propria autostima. Quando un figlio tradisce la fiducia di un genitore non lo fa mai per fare del male allo stesso, ma perché sta sperimentando qualcosa su di sé e questo comporta dei rischi. La notizia positiva è che la fiducia si può ricostruire anche più forte di quella iniziale, se ci si mette in gioco in modo sincero e autentico.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

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Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e abbiamo il piacere di presentarvi il post di maggio, con le domande e le riflessioni di Manu e Flavia. 

Le nostre risposte arriveranno venerdì.

State con noi!

Cosa è successo? Sembra ieri che mia figlia era piccolina e ci guardava sorridendo con i suoi occhioni da cerbiatto, che veniva con noi nel lettone e che si faceva sbaciucchiare e coccolare. Invece non era ieri, sono passati alcuni anni e lei è cresciuta, ora è un’adolescente.

Tutti i genitori sanno che l’adolescenza è un periodo difficile, ma non credo che nessun genitore sia pronto per affrontarla.

Noi genitori non riconosciamo più i nostri figli e davvero non sappiamo più come interagire con loro. I momenti di dialogo sono pochi e spesso si trasformano in momenti di scontro.

Però qualche volta succede che si riesce ad andare oltre, allora scopriamo che nostra figlia così assente e spesso arrogante è molto fragile.

“Io non sono capace di fare niente, come sono brutta, non ci riuscirò mai, ho un brutto carattere.

Queste sono le parole che pronuncia, tra lacrime e silenzi.

La mia bambina in un corpo quasi da donna, ecco che ha bisogno di noi, dei suoi genitori, per fortuna penso tra me e me.

Allora cerco di abbracciarla, ma anche questo non è facile.

Cosa dobbiamo fare noi genitori per costruire autostima negli adolescenti?

L’adolescenza è un momento molto delicato, ci siamo passati tutti, poi passa, ma forse molti di noi anche da adulti si trascinano ancora l’insicurezza di questo periodo della vita così complicato.

Costruire autostima negli adolescenti – La personalità

Quando mia figlia mi dice “io ho un brutto carattere” io non so da che parte incominciare. Io la paragono sempre a un bellissimo fiore che sta per sbocciare, lei è introversa, le dico che è una ragazza speciale, e non può tenere per se quel suo essere speciale, come un fiore pian piano dovrà avere il coraggio di sbocciare e far vedere al mondo quali sono i suoi bellissimi colori. Lei mi ascolta, magari si calma e smette di piangere, ma leggo nei suoi occhi che non mi crede.

Essere accettati e riconosciuti all’interno di un gruppo è fondamentale per l’autostima di un adolescente, mia figlia fa molta fatica a entrare in un gruppo, ne rimane sempre ai margini, e raramente parla con i suoi coetanei, non ritiene di aver nulla da dire di interessante, si chiede perché gli altri dovrebbero ascoltarla.

Come faccio ad aiutarla a costruire la sua autostima?

Spesso quando le parlo dei suoi difetti, dico che è proprio su questi che deve lavorare, poco per volta, deve vincere la sua ritrosia, non deve aver paura di sbagliare.

Ma forse sono io che sbaglio!

Lei non è me, io sono una persona che oggi lotta per migliorarsi, ma non ricordo come fossi alla sua età.

Forse è troppo presto mettere i propri figli davanti ai propri limiti. Forse sarebbe più giusto far credere loro che sono i più bravi, i più belli, così’ cresceranno più sicuri di sé, o no?

Io le dico che quello che conta è quello che sei, non quello che hai. Ma a questa età l’apparire è molto importante. Avere la felpa firmata ti fa sentire importante e sentirti importante ti rende sicuro. Ma io sono contro l’apparire, sto sbagliando? Gli amici sinceri ti staranno sempre vicino, si ma se nel frattempo non hai amici forse è meglio avere amicizie di serie B, che niente.

Forse non devo essere così severa.

Costruire autostima negli adolescenti – La scuola

La scuola è un altro punto dolente. Mia figlia è molto brava in matematica ma ha importanti difficoltà nelle materie umanistiche.

“Io non ce la faccio, non sono capace”

Si demoralizza perché pur studiando molto i voti sono bassi. Nonostante io le dica che pian piano sta migliorando è come se non sentisse. Lei vede solo le sue difficoltà, i suoi fallimenti. Era arrivata addirittura a non studiare più italiano, perché tanto era inutile, per fortuna siamo riusciti, con gran fatica, a convincerla a riprendere con lo studio, ma intanto c’erano i 4 da recuperare. Forse questi adolescenti si sentono invincibili e quindi non accettano il fallimento e quando questo arriva sono totalmente incapaci di reagire.

Come aiutarli a vedere i passi avanti che pian piano stanno facendo?

Si aspettano che tutto si sistemi velocemente, o avviene tutto subito, o niente, è come se fossero ciechi.

Quando guardo mia figlia, mi rendo conto che sta crescendo, sta imparando, sta maturando, ma è tutto così difficile, lo capisco.

Dobbiamo riconoscergli maggiormente i loro passi avanti o dobbiamo stimolarli a fare sempre meglio?

Questa società pretende sempre di più, forse non dobbiamo essere tanto teneri con i nostri figli perché oggi la società è spietata.

Esiste un’età fino a quando dobbiamo comprendere e assecondare e un età in cui invece dobbiamo stimolare e fargli capire che la vita è una grande sfida?

Noi genitori ci ripetiamo che è giusto che i nostri figli sbaglino, perché solo in questo modo impareranno. Poi però non siamo disposti a farli sbagliare almeno nelle cose importanti come la scuola. Qual è il limite?

Fino a dove dobbiamo accompagnarli per fare che non cadano e non si facciano male e dove invece dobbiamo lasciarli andare?

Noi vorremmo che nostra figlia ci ascoltasse di più, si fidasse maggiormente di noi, facesse quello che le diciamo, è un modo per aiutarla a fronteggiare quello che l’aspetta.

Come possiamo fare in modo che lei si fidi maggiormente di noi? Se lei ci ascoltasse i risultati saranno migliori, e lei sarà più forte e più gratificata, o no?

Costruire autostima negli adolescenti è davvero uno dei compiti più importanti per un genitore, i dubbi sono tantissimi.

Venerdì aspettiamo i commenti delle nostre esperte di PsyBlog e Studiopsynerghia che ancora una volta ci aiuteranno a “stimolare la messa in atto delle risorse che ogni famiglia ha al proprio interno, senza la presunzione di dare dei consigli ai genitori che, secondo noi, sono sempre i maggiori esperti rispetto ai propri figli”.

Manu - Genitorialmente.it 

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Mi capita spesso di incontrare genitori e figli adolescenti e di trovarmi di fronte sempre allo stesso tema che porta al conflitto: i genitori preoccupati per le uscite serali dei figli e per la possibilità che mettano in atto condotte a rischio, e i figli che non ne possono più di sentirsi fare sempre le stesse raccomandazioni.

La storia di Francesca, 17 anni, e Manuela e Paolo, i suoi genitori, non si discosta da questo schema.

Manuela e Paolo si preoccupano per la loro unica figlia e ogni volta che esce con gli amici non fanno che darle sempre le stesse raccomandazioni:

“stai attenta a chi frequenti”

“non parlare con persone strane”

“non accettare da bere da sconosciuti”

“non salire in macchina con persone che hanno bevuto”

“non ubriacarti”

“non farti le canne”

“non fare cose di cui potresti pentirti”

E così via… in una litania infinita che lascia loro spossati e lei a sbuffare annoiata.

Sono tutti saggi consigli, penserete voi, ed è vero! Sono buoni consigli e cose che senz’altro un genitore deve dire ad un figlio quando incomincia a vivere le sue esperienze da solo e con gli amici… ma quando e quanto spesso?

Proviamo a vedere cosa ne pensa Francesca.

Francesca è una brava ragazza che va discretamente a scuola e ha tanti amici, alcuni “a posto” altri giudicati “un po’ strani” o “inadeguati” dai suoi genitori.

Francesca non ne può più di sentirsi dire sempre le stesse cose, farsi dare sempre le stesse raccomandazioni e ogni volta sbuffa un po’ di più.

Anche lei sa che i consigli dei suoi genitori sono “cose buone e giuste” ma soffre molto del fatto che Manuela e Paolo sembrino non avere fiducia in lei, non si accorgano che è cresciuta e sente che, se si trovasse in difficoltà, forse non sarebbero loro le prime persone che contatterebbe.

Arrivano da me perché a Francesca è successa una brutta disavventura che, per fortuna, non ha lasciato gravi strascichi: un sabato notte, mentre tornava dalla discoteca in motorino con un amico, sono finiti fuori strada. Non si sono fatti niente di grave, giusto qualche escoriazione alle ginocchia ma lo spavento è stato grande per tutti.

Al pronto soccorso si è poi visto che l’amico di Francesca guidava ubriaco, mentre lei è risultata negativa all’alcol test.

I genitori dopo un primo momento di sollievo hanno subito cominciato ad aggredirla chiedendole (urlandole?) “come mai hai fatto una cosa così stupida? Come hai potuto salire in moto con un ragazzo che aveva bevuto? Quante volte ti abbiamo spiegato di non farlo?” e infine la fatidica domanda “perché non hai chiamato noi?”.

Anche in seduta ripetono questa frase come un mantra “perché hai fatto una cosa così stupida? Perché ti sei messa in pericolo? Perché non hai chiamato noi?”.

È a questo punto che Francesca sbotta:

“sapevo benissimo che ciò che stavo per fare era sbagliato. Lo sapevo che Mauro aveva bevuto e non avrei voluto salire in moto con lui, ma ho pensato che se vi avessi chiamato, voi non avreste fatto altro che sgridarmi, ripetendo le sole cose che sapete dire e magari mi avreste anche messo in punizione!”

I genitori si sentono molto colpiti da questa frase e iniziano a chiedersi dove hanno sbagliato, lo chiedono a me e io li invito a chiedere alla loro Francesca, che mi pare essere molto competente e saggia.

E Francesca li stupisce ancora una volta dicendo loro queste parole: “lo sapete che non bevo e non fumo eppure ogni sabato sera mi ossessionate con le vostre paure, con le vostre raccomandazioni, forse potreste provare a dirmi che vi fidate di me e che se ho un problema posso contare su di voi e chiamarvi per chiedere aiuto. Solo questo”.

Eh già solo questo, semplicemente questo, una frase semplice che dimostra insieme due cose di cui i figli, soprattutto in adolescenza, hanno estremo bisogno: il fatto che i genitori abbiano fiducia in loro e il fatto che loro ci siano, ci siano davvero se i figli andranno incontro a delle difficoltà, non per giudicarli, ma per aiutarli e dare loro supporto.

Questa frase colpisce molto i genitori di Francesca che per la prima volta guardano la loro figlia per ciò che lei realmente è, e non attraverso il filtro ovattato delle proprie paure.

Il dialogo tra Francesca e i suoi genitori ci indica in modo chiaro la strada: la prevenzione è importante ma va fatta nei modi e nei momenti opportuni e anche con la giusta misura. A volte infatti la troppa informazione genera disinformazione. In questo caso poi ad essere sbagliato è stato soprattutto il momento in cui queste raccomandazioni venivano fatte, e infatti il messaggio che è arrivato a Francesca è stato un messaggio di controllo e paura e non di sostegno e forza, come invece avrebbero voluto fare i suoi genitori.

Cosa ne pensate?

Maria Grazia Rubanu

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Prosegue la nostra collaborazione con Manu e Flavia del blog Genitorialmente , iniziata il mese scorso con un confronto tra genitori e psicologi sul Ruolo paterno nell’educazione delle figlie femmine (qui le loro domande e le nostre risposte)

 

L’argomento del mese di aprile è “Omosessualità come parlarne con un adolescente?” e per introdurre l’argomento riportiamo una frase del post precedente che ha colpito Manu e Flavia e cerchiamo di partire da qui:

“La  sfera della sessualità è un tema che manda in crisi molti genitori, anche qui vale una regola fondamentale: se i genitori pensano che sia un argomento spinoso ai figli passerà questo messaggio e la conversazione sarà improntata da un senso di imbarazzo e vergogna, sia che venga affrontata dal padre che dalla madre”.

Prima di parlarne con i nostri figli dovremmo avere chiaro in mente che cosa sappiamo sul tema e che cosa vogliamo insegnare loro. Il rischio di trasmettere una visione stereotipata di una realtà molto complessa è infatti dietro l’angolo. Ed proprio questo l’elemento che fa riflettere le nostre mamme:

“Come genitori qual è la nostra posizione nei confronti degli omosessuali?”

Se si hanno posizioni omofobe non si potrà che trasmettere questa immagine.

È  molto probabile che ci si senta imbarazzati a parlare di questo tema con i figli, sia perché è un argomento che riguarda anche la sfera della sessualità, sia perché nello specifico è un tema che spesso viene trattato in modo superficiale e stereotipato.

La prima cosa che vogliamo sottolineare è che non ha senso parlare di omosessualità esulando dalla sfera affettiva più ampia, il termine omosessualità è  incentrato solo sulla sfera sessuale, mentre sarebbe più giusto parlare di omoaffettività. Non si tratta infatti di sole questioni legate alla sessualità ma alla creazione di legami affettivi, esattamente come nelle coppie eterossessuali.

Troppo spesso si sente dire ancora che gli omosessuali avrebbero una vita più sregolata affettivamente rispetto agli eterosessuali e che i loro costumi sessuali sarebbero più liberi e le coppie spesso più trasgressive e aperte al tradimento. Non si tratta che di stereotipi, basati su vecchi luoghi comuni duri a morire. Le relazioni omosessuali infatti hanno le stesse caratteristiche e la stessa probabilità di durata o di fedeltà delle relazioni eterosessuali .

Proviamo ad entrare nello specifico delle domande poste dalle mamme di Genitorialmente.

Omosessualità: come può un genitore parlarne con i figli adolescenti? Da dove incominciare?

Bisognerebbe iniziare a parlarne molto prima, sin da quando i bambini sono piccoli, proprio quando si comincia a parlare dell’affettività e dei sentimenti come l’amore.  I  bambini e le bambine a partire dai 4 anni colgono con chiarezza le differenze tra uomini e donne e per assimilazione possono imparare molto in fretta che le parole gay e lesbica hanno un’accezione negativa, anche se ancora non sanno cosa significhino questi termini.

I primi comportamenti vessatori nei confronti di chi è percepito come differente possono cominciare già dai 7 anni a scuola.

La segregazione di genere diventa massima ai primi anni delle medie, quando il cammino per la costruzione della propria identità porta molti ragazzini a estremizzare le condotte considerate conformi al genere e stigmatizzare ciò che viene ritenuto differente.

Qui il ruolo di genitori e insegnanti è fondamentale anche per evitare che i comportamenti non ritenuti corrispondenti al ruolo di genere debbano per forza coincidere con l’omosessualità. Un bambino che gioca con le bambole sarebbe dunque destinato a diventare gay; quante persone, vedendolo, avranno come primo pensiero quello che da grande potrà essere un buon padre?

Se si inizia quando i figli sono piccoli sarà poi molto più facile continuare ad avere un dialogo aperto quando saranno adolescenti. Ciò che si dovrà fare a questo punto sarà soltanto adeguare il linguaggio all’età e prepararsi a domande più specifiche e complesse.

L’identità di genere può essere definita come il sentimento psicologico dell’appartenenza a un genere sessuale ed è un processo che si costruisce col tempo, fino ad essere parte della maturità di ogni individuo.

Il processo di costruzione e acquisizione della propria identità di genere fa parte della formazione dell’identità della persona ed è strettamente legato alla strutturazione di un senso di sé stabile che, in età adolescenziale, prevede la considerazione, la messa in discussione e l’integrazione degli aspetti costruiti nel tempo, con l’introiezione di aspetti maschili e femminili.

Vittorio Lingiardi ci da in proposito una spiegazione molto semplice, che possiamo fare nostra e utilizzare con i nostri figli adeguandola all’età di sviluppo:

“Alcune persone sono maggiormente o esclusivamente attratte (romanticamente, eroticamente) da persone dello stesso sesso; altre sono maggiormente attratte da persone dell’altro sesso. Perché questo accada non è stato spiegato in modo soddisfacente, e probabilmente si tratta della combinazione di volta in volta imprevedibile di una serie di fattori biologici, psicologici e ambientali. Il modo di descrivere e denominare l’orientamento sessuale e affettivo è tuttavia storicamente specifico. In questo senso, i termini etero/omo stanno a significare modi culturalmente determinati di nominare, valutare e organizzare socialmente i desideri e i legami che da essi derivano.” [1]

L’aspetto più importante da sottolineare è dunque che non c’è un solo modo di esprimere la propria affettività e sessualità, ma ci sono tanti modi ed ognuno è legittimo, nel momento in cui si basa sul rispetto di se stessi e dell’altro. È fondamentale ribadire, così come si dovrebbe fare sempre quando si parla di sessualità, che questa rientra nella sfera affettiva e relazionale più ampia e che da questa non può essere esulata.

Se fosse nostro figlio a essere omosessuale?

È importante che i genitori possano accettare la possibilità che il proprio figlio sia differente da come lo avevano immaginato.

Questo significa essere aperti a tutte le possibilità di sviluppo che un bambino/ragazzo può avere, ma soprattutto significa accogliere e accompagnare il proprio figlio durante la sua crescita, significa essere al suo fianco e sostenerlo.

Significa darsi la possibilità di gettare le basi per una relazione autentica, in cui ognuno riconosce l’altro per ciò che è, e significa continuare la fondamentale azione di protezione del figlio che si è iniziata nel momento in cui lo si è messo al mondo.

Riconoscere e accogliere il proprio figlio significa dargli una fondamentale testimonianza d’amore, significa non farlo sentire solo, significa stare dalla sua parte e dimostrarlo in modo chiaro.

In adolescenza la “scoperta” della propria omosessualità rappresenta  per molti ragazzi uno spartiacque, un momento fondamentale che separa un prima da un dopo e avere la certezza di un sostegno in famiglia rappresenta una risorsa fondamentale per essere attrezzati ad affrontare le difficoltà che il mondo esterno può presentare.

Proviamo adesso a metterci nei panni dei genitori, Manu e Flavia si fanno portavoce delle paure più intense:

Nessun genitore vorrebbe che il proprio figlio fosse omosessuale”

Quando si pensa all’omosessualità dei figli la fantasia corre subito alle sofferenze alle quali questi dovranno andare incontro nella società e nessun genitore vorrebbe che il proprio figlio venisse esposto a prese in giro e stigmatizzazioni. Ci si immagina una società spietata o, nella migliore delle ipotesi, non ancora pronta ad accogliere l’omosessualità come naturale variante del comportamento umano.

È comprensibile che si abbiano queste paure ma allo stesso tempo è fondamentale che non ci si lasci paralizzare, diventando, proprio perché non si prende posizione esplicita, parte di quella società chiusa da cui ci si ritiene differenti.

La società è meno indietro di quanto si creda, anche perché è fatta di persone che non sono tutte uguali e che spesso, se gliene diamo la possibilità, riescono a stupirci.

Molte associazioni che si occupano dei diritti delle persone lgtbq sostengono che sia fondamentale lavorare per avere visibilità, fare informazione e formazione su questi temi, a cominciare dalle scuole parlando con i bambini, con gli insegnanti e con i genitori.

Noi crediamo che abbiano ragione: farsi conoscere è il modo migliore per abbattere gli stereotipi.

Quando le persone hanno di fronte a sé esseri umani reali e non delle generiche categorie dietro un’etichetta, sono più aperte e disponibili a conoscere e ad aprire la propria mente.

Come studio Psynerghia noi collaboriamo con l’associazione Famiglie Arcobaleno, l’associazione di genitori omosessuali che ha fatto della visibilità la sua carta vincente. I genitori di Famiglie Arcobaleno parlano della propria vita normale, a volte noiosa come quella di tante famiglie, perché non hanno niente di eccezionale. Come tutte le famiglie si basano sull’amore che ne lega i componenti.

Ma come si fa a capire se il proprio figlio è omosessuale?

Ci sono dei segnali che possono aiutarci a capire?

Esiste un’età definita in cui un ragazzo o una ragazza prendono coscienza di essere gay?

Come si “scopre” la propria omosessualità?  O, da genitore, quella di un figlio? Si tratta di un lampo che squarcia il cielo o, piuttosto, di una somma di momenti che poi portano ad una presa di consapevolezza? Ci sono dei tempi e della modalità uguali per tutti o ogni storia è una storia a sé?

Il rischio anche in questo caso è quello di semplificare troppo una realtà complessa  e a questo proposito citiamo le parole di  Vittorio Lingiardi e Roberto Baiocco

 “[…]molte e diverse sono le (etero) – (bi) – (omo) –sessualità, e sempre plasmate  dai contesti culturali  e dalle aspettative rispetto al genere” [2]

Le omosessualità sono dunque molte come le eterosessualità e di conseguenza sono molti i modi in cui possono essere vissute, ci sono persone che già da piccole si sentono diverse dalla maggior parte dei coetanei e danno a questa diversità il nome di gay o lesbica,  sentendo pronunciare dai compagni queste parole o altre che diventano consapevoli del proprio orientamento sessuale da adulti, dopo aver avuto esperienze eterosessuali.

Per quanto riguarda i genitori, anche in questo caso le esperienze sono tante e differenti e sono inevitabilmente legate alla natura della relazione costruita con i propri figli sin dalla prima infanzia. Ci sono genitori che raccontano di averlo sempre saputo, altri che non se lo aspettavano proprio. Genitori che accolgono la cosa con naturalezza e genitori che vivono momenti di difficoltà più o meno grandi prima dell’elaborazione.

Ci piacciono molto le parole usate dalle nostre mamme:

Per noi vale solo una regola, i figli sono al centro e il nostro strumento rimane solo ed esclusivamente uno: l’amore.

Questa è la sola risposta possibile.

Sappiamo che non è sempre facile  per un genitore il processo di accettazione, ma sappiamo anche che, se guidato dall’amore, saprà chiedere aiuto se si sente in difficoltà, in modo da poter poi sostenere il proprio figlio nel proprio cammino verso la vita.

I figli hanno un solo modo per imparare il rispetto di sé e dell’altro e questo modo è il sentirsi rispettati nella propria individualità. Solo se ci si sentirà accolti per ciò che si è si potrà fare altrettanto con le persone che si avranno attorno. Non si può pensare di insegnare il rispetto se questo non viene modellato con l’esempio quotidiano. 

E questo vale anche per l’utilizzo di un linguaggio che porta a schernire i coetanei che si comportano in  modo non ritenuto coerente con il genere di appartenenza.

Rispetto alla ricerca google che da come prima parola malattia ribadiamo che

Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) ha rimosso l’omosessualità dalla lista di patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM), e ha introdotto la definizione dell’omosessualità come “variante non patologica del comportamento sessuale”, riconoscendo la stessa suscettibilità alle patologie sia in personeomosessuali che eterosessuali. Nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu, di Studio Psynerghia e Psyblog.

 

Leggi anche:

-  Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. Le domande dei genitori

-  Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. Le risposte degli esperti


[1] Lingiardi V., Citizen gay. Affetti e diritti, Il saggiatore, 2012.

[2] Lingiardi V. Baiocco R., Adolescenza e omosessualità in un’ottica evolutiva: coming out, compiti di sviluppo, fattori di protezione, in Lo sviluppo dell’identità sessuale e l’identità di genere, a cura di Quagliata E., Di Ceglie D., Astrolabio, 2015.

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Oggi abbiamo il piacere di condividere con voi il secondo articolo relativo alla collaborazione con Manu e Flavia, del blog Genitorialmente.

L’articolo del mese di aprile riguarda i dubbi e le domande dei genitori su un tema che ci sta molto a cuore: come si può parlare di omosessualità ai propri figli? Ci sono delle specifiche accortezze da avere in adolescenza? Quanto gli stereotipi dei genitori possono condizionare i figli? E’ possibile avere un dialogo aperto su questi temi?

Tra due giorni ci sarà anche la nostra risposta :-)

 

Si parla molto di identità di genere e omosessualità. Il mese scorso per la nostra rubrica “Figli al centro” abbiamo parlato del Ruolo paterno nell’educazione delle figlie femmine,   tra gli argomenti trattati c’era anche l’educazione alla sessualità .

Per trovare il modo corretto per parlare con un adolescente di omosessualità è prezioso ricordare allora la risposta delle nostre psicologhe “Educazione delle figlie femmine – Gli esperti rispondono” :
“La sfera della sessualità è un tema che manda in crisi molti genitori, anche qui vale una regola fondamentale: se i genitori pensano che sia un argomento spinoso ai figli passerà questo messaggio e la conversazione sarà improntata da un senso di imbarazzo e vergogna, sia che venga affrontata dal padre che dalla madre”.
Se è difficile parlare di sessualità proviamo a immaginare quanto sia ancora più complicato parlare di omosessualità. La domanda rimane:

Omosessualità: come parlarne con un adolescente?

In fondo, la nostra generazione è cresciuta “sfottendo” i gay o le lesbiche, è inutile nascondersi dietro un dito, sarebbe ipocrita. Con un background culturale di questo tipo, oggi che genitori siamo? Come spieghiamo ai figli l’omosessualità?
Qual è la nostra posizione nei confronti degli omosessuali?
Quando si affronta questo tema sembra che siamo tutti di vedute aperte, spesso però basta una battuta per capire che spesso non è realmente così.
Ricordo ancora quando la mamma di un compagno di mia figlia parlando del secchione della classe ha detto “Quello lì avrà anche tutti 8 ma è gay”.
Sono rimasta impietrita.
Come al solito dipende da noi; se proviamo disagio di fronte a quest’argomento i nostri figli lo percepiranno, quindi chiediamo aiuto alle nostre psicologhe, i dubbi di noi genitori su questo tema sono molti:

Omosessualità: come può un genitore parlarne con i figli adolescenti?
Da dove incominciare?
Se fosse nostro figlio a essere omosessuale?

Le cose cambiano o rimaniamo le stesse persone moderne e aperte mentalmente?
Diciamoci la verità, non nascondiamoci dietro all’ipocrisia: nessun genitore vuole che il proprio figlio sia omosessuale.
Io non vorrei che le mie figlie fossero omosessuali perché so che questo potrebbe esporle a maggiori difficoltà e grandi sofferenze, la società in cui viviamo sa essere spietata, non è assolutamente pronta a gestire la diversità e diventa intollerante.
Ecco che un genitore ha bisogno di aiuto: la prima cosa è cercare di capire!
Come fa un genitore a capire se il figlio è omosessuale?
Spesso si sente parlare di persone che si sono “scoperte” omosessuali da adulti. Forse non è una vera e propria scoperta che si fa da adulti, ma un percorso che richiede sicuramente un’analisi ma soprattutto un grande coraggio, un coraggio che si è trovato solo da adulti. Credo che un genitore debba essere vicino al proprio figlio: aiutarlo a crescere e a conoscersi, sotto tutti gli aspetti, sessualità inclusa e i dubbi di noi genitori sono molti :

Ci sono dei “segnali” che possono aiutarci a capire?
Esiste un’età definita in cui un ragazzo o una ragazza prendono coscienza di essere gay?
Per noi vale solo una regola, i figli sono al centro e il nostro strumento rimane solo ed esclusivamente uno: l’amore.
Prima di scrivere questo post ho fatto una ricerca in internet, digitando la parola omosessuale Google mi fornisce questi risultati: al primo posto troviamo:

omosessualità malattia

Genitorialmente | Omosessualità: come parlarne con un adolescente

Provo un misto di paura e vergogna, c’è ancora tanto, tanto da fare, muoviamoci.

Quanti dubbi e quante domande, aspettiamo i commenti delle nostre esperte di PsyBlog.blog.tiscali.it  e  Studiopsynerghia.com.

 

 

 

Foto: Iloveart Iloveart License CC

Leggiamo e, con piacere proviamo a fermarci a riflettere insieme a Manu e Flavia del blog di genitori Genitorialmente.it sui diversi punti che hanno evidenziato  e che ci hanno colpito.

 

 

 

 

Iniziamo con un’affermazione che potrebbe diventare un mantra “Anche se a volte non sembra un adolescente ha bisogno dei suoi genitori”.

L’adolescenza, come tutti i momenti di passaggio, è un’età delicata in cui aumenta il desiderio di autonomia e indipendenza e di conseguenza le richieste dei ragazzi si fanno più insistenti e la pazienza dei genitori viene spesso messa alla prova.

Aumentano gli scontri perché le visioni della vita diventano differenti e i genitori si ritrovano a dover fare i conti col sentirsi “rifiutati” dai propri figli.

Quante volte ci si sente dire frasi come queste: “lasciami fare, questa è la mia vita!”, “ma cosa vuoi da me, pensa alla tua vita!”, “lasciami in pace, ho diritto di fare le mie esperienze!”.

Si tratta di frasi che colpiscono molto perché vanno a toccare la sfera emotiva, ed è difficile non sentirsene travolti e non sentirsi schiacciati o non stimati come genitori.

In realtà proprio in questi momenti è fondamentale riuscire a non dare troppo peso alle parole che i ragazzi usano e non perdere di vista il mantra “anche se non sembra, mio figlio ha bisogno di me”, un adolescente ha sempre bisogno della presenza vigile, ma non opprimente dei genitori, di regole e limiti e anche di discussioni e litigi.

La regola di base è che, anche se non lo ammetterebbe mai, un adolescente ha uno straordinario bisogno dei suoi genitori, che siano mamma e papà, due mamme o due papà.

Anche se in questo periodo della sua vita diventano particolarmente importanti i coetanei, i genitori svolgono una funzione differente, di contenimento e di “base sicura” alla quale tornare anche quando si fanno esperienze differenti.

Il segreto è dunque quello di riuscire ad esserci, in modo discreto, anche quando ci si sente rifiutati, anche quando i figli sembrano vergognarsi dei genitori, perché queste figure, se ben funzionanti, sono fondamentali per aiutare il ragazzo a diventare un adulto competente.

Un altro punto fermo è quello che i genitori siano d’accordo sulla linea educativa da seguire con i figli e che ci sia tra loro complicità… insomma se la coppia funziona bene è più facile anche fare i genitori, perché si sente nell’altro un sostegno e ci si può affidare a lui quando ci si sente in difficoltà.

Bisogna sempre ricordarsi che i figli tendono a infilarsi negli spazi che si creano tra i genitori, per cui avere una chiara divisione tra i sottosistemi è una grande risorsa: in famiglia è chiaro chi sono i genitori e chi i figli o, a volte,  i ruoli e le funzioni si sovrappongono?

Sulla base dei due punti fermi elencati sopra ci sentiamo dunque di dire che non ci sono regole fisse su come crescere i propri figli e accompagnarli in questa età.

Riteniamo che, anche nello specifico, delle figlie femmine, non ci siano cose che è meglio faccia un padre e cose che è meglio faccia una madre.

La buona riuscita di un intervento educativo è infatti legata a come l’intervento stesso viene proposto e quindi a quanto la persona che lo mette in atto lo sente suo, insomma se il genitore, mamma o papà crede nel valore di ciò che sta cercando di trasmettere, la cosa andrà probabilmente a buon fine. Se invece ci si sente esitanti e sembra di zoppicare,  il figlio o la figlia coglierà questo segnale e ne approfitterà, perché questo è il suo ruolo.

Ci sono dunque situazioni che i genitori possono gestire insieme e altre che possono gestire da soli, sulla base delle loro competenze individuali e di relazione con i figli e le figlie.

Il ruolo paterno nel corso degli anni è cambiato molto e, se in passato i padri avevano soprattutto la funzione di trasmettere e fare rispettare le regole, adesso è sempre più frequente riscontrare una interscambiabilità dei ruoli che è molto funzionale per l’educazione dei figli: non ci sono dunque compiti più adatti a un padre o a una madre, ma le funzioni genitoriali possono essere esplicate da entrambi.

Questo non significa che ci si debbano dividere i compiti a metà, ma che ognuno può essere genitore seguendo le proprie caratteristiche di personalità e sulla base della relazione con il proprio partner e con i figli.

Condividiamo la riflessione di Manu e Flavia

“Credo che in moltissime famiglie si tenda a cercare somiglianze caratteriali con i propri figli. Le affinità di carattere se da un lato possono aiutare la comprensione, dall’altro possono ostacolare il dialogo perché il rischio di scontri è sicuramente maggiore. Tuttavia è anche vero il contrario: se i caratteri sono molto diversi è difficile trovare un’intesa.”

Quello che scrivono è senz’altro vero e tanti genitori possono riconoscersi in questa affermazione, proprio per questo la flessibilità dei ruoli nell’educazione dei figli può essere un grande valore: ci sono situazioni in cui è meglio che intervenga un genitore e altre, in cui è meglio che intervenga l’altro. Ci sono momenti in cui si può intervenire assieme. Ci sono anche momenti in cui ogni intervento sembra fallire e si va inesorabilmente verso lo scontro.

In questi momenti bisogna sempre ricordare che lo scontro è inevitabile in un’età in cui, per definire se stessi bisogna necessariamente mettere in discussione tutto ciò che c’è attorno, comprese le figure dei genitori.

Sta dunque al padre e alla madre avere la capacità di accettare di sentirsi criticati, messi da parte, anche svalutati, tenendo a mente che lo è per alcuni momenti ma non è una messa in discussione della loro identità in assoluto.

Le affinità caratteriali possono essere risorsa e ostacolo, la sensibilità dei genitori deve affinarsi a comprenderlo e accoglierlo.

La presenza paterna è dunque fondamentale come quella materna, questo vale sempre quando ci sono due genitori. Non è detto invece che sia sempre utile l’affinità di genere. Le funzioni materna e paterna possono infatti essere svolte in modo interscambiabile da madre e padre e lo stesso vale se ci sono due genitori dello stesso sesso.

Gli studi sulla genitorialità ci dicono infatti che non ci sono differenze sullo sviluppo dei figli cresciuti in famiglie omogenitoriali e eterogenitoriali, né dal punto di vista emotivo, né da quello cognitivo, questo perché non è il sesso dei genitori la variabile che fa la differenza, ma la capacità di amare, dare regole, educare, accogliere e trasmettere valori.

L’ultimo punto a cui Manu e Flavia fanno riferimento è molto importante e lo analizziamo a partire dai termini, assolutamente corretti, che hanno utilizzato, parlano infatti di “educazione all’affettività e alla sessualità”. L’educazione alla sessualità è infatti solo una parte della sfera più ampia dell’affettività, le cui basi vengono gettate sin dalla nascita dei propri figli.

La sfera della sessualità è un tema che manda in crisi molti genitori, che si sentono imbarazzati a pensare ai propri figli e, spesso ancora di più alle proprie figlie che crescono anche da questo punto di vista.

Anche qui vale una regola fondamentale: se i genitori pensano che sia un argomento spinoso ai figli passerà questo messaggio e la conversazione sarà improntata da un senso di imbarazzo e vergogna, sia che venga affrontata dal padre che dalla madre.

È un argomento che può essere affrontato in vari modi e sicuramente non “una volta per tutte”, per cui è fondamentale che, a seconda della situazione e del momento possano intervenire entrambi i genitori, solo la madre o solo il padre.

Riflettiamo con voi sul fatto che possa essere un po’ rischioso che sia un argomento di totale pertinenza solo di un genitore e che, il contributo di entrambi: madre e padre possa essere fondamentale, perché sono differenti, hanno esperienze differenti e probabilmente potranno dare un sostegno che va ad integrare quello dell’altro, visto che i timori legati ai fattori di rischio in questa sfera, saranno probabilmente gli stessi.

Per leggere il post del blog Genitorialmente.it, andate al link: www.genitorialmente.it/

 

Il mese prossimo parleremo di Identità di genere e omosessualità.

 

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Nella foto “Padre e figlia” opera di Susan Lordi

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