“Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti”

F. De Andrè – Canzone del maggio

 

 

Se l’è andata a cercare!

Sono queste le aberranti parole pronunciate da più voci, troppe voci, a proposito della vicenda di una ragazzina di 16 anni, stuprata per circa due anni, da quando ne aveva 13, da un gruppo di nove uomini e poi ricattata perché mantenesse il segreto fino a quest’anno, in tutto 3 anni di efferata violenza.

Il contesto è Melito di Porto Salvo, un paese della Calabria di circa 14 mila abitanti.

È qui che una ragazzina di 13 anni, poco più che una bambina, ha subito in silenzio la violenza del branco per tre lunghi, infiniti anni, senza mai poterne parlare con nessuno, senza che mai nessuno si sia accorto della sua sofferenza, o forse, ipotesi ancora più terribile, che molti sapessero e si siano girati dall’altra parte.

Poi un giorno, grazie ad una segnalazione confidenziale alla polizia, lei ha il coraggio di denunciare, riesce a parlare dell’accaduto, riesce a superare la vergogna, il senso di umiliazione, riesce forse a pensare di valere ancora qualcosa e parla.

A questo punto sarebbe stata d’obbligo la solidarietà di tutti, persone di tutte le età e le rappresentanze sociali unite a fare cerchio attorno a questa adolescente che ha vissuto un incubo lungo tre anni.

Mi sarei aspettata messaggi d’affetto per lei, sostegno alla famiglia e critiche feroci e inorridite verso coloro che hanno messo in atto uno stupro di gruppo per ben due anni.

Lo so, li ho già ripetuti tante volte questi numeri, ma sono io la prima a rimanere incredula, a spalancare gli occhi di fronte a tanto orrore, ma questa è la cruda realtà!

La vile, triste, schifosa, tragica realtà, in cui anziché fare rete intorno alla vittima, ci si schiera con i carnefici.

E lo si fa in tanti modi!

Prima di tutto con la poca partecipazione alla fiaccolata organizzata contro la violenza: poche centinaia di persone e molte di loro dei paesi vicini, con la scarsa presenza di figure istituzionali, quelle che avrebbero dovuto prendere una posizione ufficiale e deprecare un atto così vile e un reato così infame.

E poi le parole dei sacerdoti del paese, uno che dice che “sono tutti vittime, anche i ragazzi”, mettendo in atto la fine strategia de “un colpo al cerchio e uno alla botte”, così nessuno è colpevole, siamo tutti tranquilli e non ci si inimica nessuno.

E l’altro che in un’intervista risponde che “in paese c’è troppa prostituzione”, mostrando insieme una totale assenza di sensibilità da un lato e di logica dall’altro (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/12/stupro-reggio-calabria-vince-lomerta-e-la-cultura-dello-stupro/3027319/)

Cosa c’entra la prostituzione con la violenza sessuale subita?

Forse si tratta di due novelli Don Abbondio “vasi di coccio tra vasi di ferro” chissà, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” avrebbe detto Alessandro Manzoni!

Ma a me vengono i brividi a leggere le loro parole, ennesima forma di abuso subita dalla giovane ragazza da figure che avrebbero dovuto consolarla, sostenerla, supportarla anche attraverso la condanna delle gesta compiute dal branco feroce.

E poi il sindaco che se la prende con la giornalista che dà voce al pensiero della gente, a coloro che anche in strada, nutriti dal più becero senso comune, ripetono “se l’è cercata”.

E ancora una volta la ragazza subisce un abuso, anche le istituzioni non prendono posizione e non condannano questi atti, ma chiedono il silenzio su un evento per il quale la rottura del silenzio dovrebbe essere inesorabile e certa (http://www.lastampa.it/2016/09/11/italia/cronache/se-l-andata-a-cercare-il-paese-volta-le-spalle-alla-ragazzina-violentata-zzOxJ18IlHQP1vHsG4HDOO/pagina.html).

Perché di queste cose si deve parlare, perché uno dei modi per aiutare le vittime di abusi sessuali e render loro giustizia, è aiutarle ad avere giustizia legale e supporto sociale, oltre naturalmente al sostegno psicologico.

Queste modalità sono invece, ancora una volta, traumatiche, lavorano sul giudizio e sul senso di colpa, sul senso di umiliazione e di vergogna, con dinamiche pericolosamente vicine a quelle subite con l’abuso.

Una ragazzina, poco più che una bambina che a 13 anni si è ritrovata sola, la famiglia non si è resa conto di ciò che stava accadendo, forse perché troppo presa dalle dinamiche conflittuali interne, forse perché impaurita dalle relazioni familiari di alcune delle persone coinvolte e nemmeno la scuola sembra essersi resa conto, né la gente del paese (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/09/02/calabria-violentata-dal-branco-per-quasi-due-anni-dieci-arresti-investigatori-comunita-e-famiglia-sapevano-delle-angherie/556614/).

Nessuno ha mai davvero visto l’auto che si fermava di fronte alla scuola per farla salire almeno due volte alla settimana?

Nessuno ha visto o nessuno ha voluto vedere?

Tra i nove (e ripeto nove) del branco c’erano parenti di persone influenti, c’era il rampollo di un potente boss della ‘ndrangheta, forse questo ha fatto paura e messo a tacere i più, anche di fronte ad una cosa così terribile.

E anche adesso che l’orrore è ufficiale, è la paura che sembra dominare, quel sordo terrore che ha portato e porta ad insabbiare, al silenzio, al voltarsi dall’altra parte o addirittura a dare la colpa alla vittima, così ci si sente con la coscienza a posto per non essere intervenuti.

Ma come è possibile dare la colpa ad una ragazzina di 13 anni che è stata ingannata, plagiata, ferita, colpita nell’autostima per ben tre anni?

Voglio dire alla ragazzina e alla famiglia che, nonostante tutto questo dolore, nonostante il fango e l’ulteriore umiliazione, hanno fatto bene a denunciare, anche se adesso l’unico desiderio è quello di poter andare via dove nessuno li conosca e in un posto dove poter ricominciare.

La denuncia e il dare voce alla violenza sono l’unica strada possibile per un paese civile per gettare le basi del senso di giustizia e di riparazione.

Susan Brison, filosofa statunitense, definisce lo stupro “un assassinio senza cadavere”.

Una definizione forte che rende bene l’idea della violenza devastante che sradica ogni difesa e fa sembrare impossibile il potercela fare.

Il senso di disintegrazione, dopo una simile esperienza, resta per tanto tempo, così come il senso di frammentazione del sé e la dissociazione, figli della paura e del senso di impotenza.

Il lavoro di integrazione di un’esperienza di questo tipo nella propria vita è lungo e complesso e, perché lo si possa portare avanti in modo adeguato, è necessario avere uno spazio d’ascolto libero e non giudicante, uno spazio in cui poter esprimere l’umiliazione, la vergogna, l’impotenza a qualcuno capace di esserci, di accogliere e piano piano aiutare a riparare.

E purtroppo, in questa situazione, il lavoro dovrà comprendere anche il dovere tollerare la frustrazione del trovarsi ad affrontare una violenza ulteriore figlia della paura e dell’ignoranza, della terribile omertà che ha caratterizzato questa vicenda.

Maria Grazia Rubanu 

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Prosegue la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema di cui ci occupiamo è quello anticipato nel titolo.

Dal blog Genitorialmente ci chiedono se, nonostante quanto i genitori dicano sempre, ci sia per loro un figlio prediletto.

Possiamo essere certi che se si chiede a un genitore se ha delle preferenze tra i suoi figli, quasi certamente ci risponderà di no. Per i genitori i figli sono tutti uguali!!!

Ma possiamo avere la stessa certezza rispetto alla percezione dei figli?

Ognuno di noi, come figlio, ha pensato in qualche momento della vita che i propri genitori abbiano avuto delle preferenze, verso noi stessi o, ove ci siano, per i nostri fratelli e sorelle.

È il gioco delle parti e anche il frutto di una visione più moderna delle famiglie: nella visione contemporanea delle relazioni familiari è infatti impensabile e considerato fortemente scorretto che un genitore abbia un figlio prediletto. In passato, come ben rappresentato sin dalla tradizione biblica, le cose erano viste in modo differente. Basti pensare alla richiesta fatta da Dio ad Abramo di fare sacrificare Isacco proprio perché è il preferito.

Secondo una ricerca dell’università della California, il 70% dei genitori ammette, seppur con difficoltà, di avere una preferenza per uno dei figli, che spesso è il primogenito, anche se non sempre la motivazione è così semplice. Il figlio che riceve maggiori attenzioni potrebbe anche essere il più fragile o quello più problematico o magari quello che viene percepito come più simile a sé …

La questione è a nostro avviso più complessa e dipende dal fatto che tra genitori e figli si costruiscono delle relazioni tra individui differenti, con personalità proprie. 

Un po’ come diceva la mamma di Manu quando lei le chiedeva come mai preferisse suo fratello a lei:

 “Tuo fratello ha bisogno di cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta però a Manu non bastava e forse sembrerà molto semplice, fin troppo, a chi ci legge.

E allora proviamo a spiegare meglio ciò che accade e le variabili che entrano in gioco in una situazione come questa.

Ogni bambino nasce in momenti di vita differenti per la coppia e per i singoli genitori, in momenti diversi si hanno aspettative ed emozioni differenti. Sono differenti le gravidanze che le madri portano avanti e il modo in cui madri e padri le vivono dal punto di vista fisico e psicologico.

La nascita di un figlio si inserisce in tutti gli altri eventi che accompagnano il ciclo di vita della famiglia e, pur essendo un lieto evento, può accadere in concomitanza di un momento di sofferenza, come un lutto o la malattia di una persona cara. Inoltre la gravidanza può essere cercata o arrivare “a sorpresa”. Un figlio può arrivare appena si inizia a cercarlo o dopo tanti anni di tentativi e aspettative deluse. Può arrivare dopo un periodo di temporanea infertilità o dopo delle interruzioni di gravidanza.

Diventare genitori porta sempre i partner a confrontarsi con il proprio essere stati figli, con gli errori che non si vogliono ripetere e con le cose positive che si vogliono trasmettere. Questo vale sia individualmente che come coppia, visto che i due partner dovranno anche confrontarsi sulle percezioni individuali per trovare un modo comune di crescere i figli, anche partendo da rappresentazioni molto differenti.

Ogni figlio ha inoltre caratteristiche proprie, può essere percepito come più facile o più complesso da gestire, come più simile a sé o al partner, o magari a qualche altro membro della famiglia con il quale si sono avute relazioni particolarmente significative, nel bene e nel male.

La rappresentazione più classica è quella che vede le preferenze trovare un senso nell’ordine di genitura o nel sesso biologico di appartenenza e allora avremo il primogenito come il preferito, o il figlio maschio che trasmetterà il cognome del padre, oppure il più piccolo che sarà il cucciolo di casa o magari il bastone della vecchiaia. Ma che dire allora della sindrome del figlio di mezzo? Quello che non è il primogenito che ha reso per la prima volta tali i suoi genitori, né il cucciolo piccolino da proteggere. Quello che deve confrontarsi con il più grande da cui prendere esempio ed ereditarne i giochi e i vestiti e con il più piccolo che arriva a detronizzarlo e di cui magari dovrà occuparsi.

Le cose nelle relazioni familiari non sono mai lineari, ma sempre condizionate dalla prospettiva dalla quale le si guarda. Per tale motivo, se il primogenito sarà visto dai fratelli minori come il principe ereditario, lui potrebbe invece sentire troppo il senso di responsabilità dell’essere il più grande e quindi quello con cui inevitabilmente confrontarsi, quello che dovrà tollerare i capricci dei più piccoli, passare anche i suoi giochi più cari perché non si può essere egoisti con i fratelli e così via…

Il più piccolo sarà visto dagli altri come quello più coccolato e viziato ma probabilmente percepirà se stesso come uno che deve sempre confrontarsi con i pilastri rappresentati dai fratelli maggiori, magari più bravi a scuola e quasi sempre più responsabili. E l’idea del bastone della vecchiaia di cui scritto sopra potrebbe essere vista in modo positivo dai genitori ma rappresentare un enorme carico psicologico per lui.

Insomma, a seconda del punto di vista da cui guardiamo le cose, le stesse cambiano e diventano positive o negative per i figli e per i genitori.

Una cosa certa è che i genitori non si comportano in modo identico con i figli e questo avviene non perché ci siano delle preferenze, ma perché sono diversi i figli, diverse le relazioni con loro; diverso il tipo di attaccamento, la modalità di esprimere l’affetto, il tipo di attenzioni che vengono date loro. Differenze che in genere sono più qualitative che quantitative.

Insomma se ci sono delle preferenze non sono certo volontarie, ma magari legate a una o più delle variabili sopraelencate.

Certo è che se i figli percepiranno queste differenze come preferenze, ci saranno delle invidie e conflittualità tra fratelli, realtà sempre esistite e che in genere si appianano in età adulta, quando la relazione tra fratelli diventa consapevolmente la più importante e duratura per ognuno di loro.

Per dirla con le parole di Manu “Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.”

Manu riporta anche la bellissima frase di una sua amica “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Noi ci troviamo d’accordo con l’amica di Manu.

Per usare le parole di Carl Whitaker, siamo certe che la cosa simpatica dell’amore è che non è come il sapone, non lo consumi. Somiglia più ai muscoli: più impari ad amare, più riesci ad amare”.

Ci viene in mente la storia di Gianni e Francesco, due fratelli che sono cresciuti con la convinzione di essere uno il preferito del padre e l’altro della madre. La loro storia familiare è piuttosto complicata, dopo la nascita di Gianni la madre vive una brutta depressione post partum e ad occuparsi del bimbo sarà soprattutto il padre con il quale si crea un legame fortissimo, intenso ed emotivamente carico in cui il bambino trova ciò che la madre non riesce a dargli, ma anche il padre trova grande gratificazione e riconoscimento in questo figlio che sembra somigliargli così tanto. Francesco arriva diversi anni dopo, la madre sta apparentemente meglio e riesce a gestire in modo differente la situazione, tenendo il piccolo sempre con sé e costruendo con lui un legame molto forte, a tratti simbiotico. La madre vede Francesco come molto più simile a sé rispetto a Gianni. Francesco ama stare con lei e sembra capire la sua sofferenza, a differenza di Gianni che esprime insofferenza verso le modalità depressive della madre.

Ad una visione superficiale anche noi potremmo forse dire che è proprio così come appare: Gianni è il figlio preferito del padre e Francesco della madre.

Ma se analizziamo il contesto relazionale così come descritto, ce la sentiamo ancora di abbracciare questa visione? O non si tratta invece di considerare una visione delle relazioni familiari come più complessa e meno lineare di quanto avviene ad un primo sguardo?

Manu ci chiede se sia possibile comportarsi in modo identico con i figli e la nostra risposta è no: è inevitabile costruire relazioni differenti a seconda della situazione, delle caratteristiche, del momento in cui nascono di cosa accadeva nella vita dei genitori in quel periodo, di come stavamo, di come sarà la gravidanza e i primi mesi di vita. Di come sarà la relazione di coppia in tutte le fasi e le relazioni con le famiglie d’origine e di come saranno quei bambini, tutti figli degli stessi genitori, ma non per questo uguali.

Anche le regole quando i figli crescono possono essere adeguate alle caratteristiche degli stessi. Il nostro consiglio è quello di avere un po’ di flessibilità: avere delle regole fondamentali che sono uguali per tutti perché rappresentative di valori familiari fondanti e altre che possono essere modificate con flessibilità a seconda della situazione, non temendo le accuse di ingiustizia e trattamento differenti da parte dei figli, che ci saranno sempre e comunque.

Crediamo che anche le differenze figlio maschio figlia femmina entrino nell’analisi complessa fatta sopra: non si tratta mai di preferire un figlio solo per il sesso, ma di capire cosa rappresenta, che quel figlio sia maschio o femmina.

Vi raccontiamo in proposito la storia della mamma di una di noi (Maria Grazia) nata quinta figlia femmina nel 1945, quando i suoi genitori cercavano finalmente il maschio … e invece che smacco! In famiglia si racconta che quando la mamma ha saputo che era nata ancora una volta una femmina l’ha inizialmente rifiutata ed è stato il padre a prenderla in braccio a darle uno straccetto intriso di miele da succhiare.

Per la cronaca, il maschio è arrivato un paio d’anni dopo per la gioia dei genitori.

Questa storia ad un primo sguardo potrebbe sembrare la conferma del fatto che esista un figlio preferito anche in base al sesso, ma ancora una volta, se la contestualizziamo, vedremo che le cose non sono così semplici e nette. Bisogna pensare al contesto in cui tutto questo avveniva: un piccolo paese nell’interno della Sardegna, persone molto povere che vivevano della vita della campagna, genitori che non avevano studiato e che non hanno poi potuto fare studiare le figlie maggiori nemmeno alle scuole elementari. I figli rappresentavano la forza lavoro e il futuro sostentamento della famiglia. Un figlio maschio rappresentava la possibilità di braccia forti e contemporaneamente, a livello simbolico, colui che avrebbe permesso al cognome paterno di andare avanti per un’altra generazione.

Concludiamo dunque ribadendo che per essere genitori efficaci non serve cercare di comportasi in modo identico con i figli, è molto più produttivo concentrarsi sui bisogni di ogni figlio e rispondere a questi con i propri mezzi e le proprie modalità, rispettando le individualità di ciascuno.

Se sono infatti noti gli effetti negativi che vive il cosiddetto figlio sfavorito, non è detto che il presunto preferito se la passi meglio. Essere il prediletto può voler infatti dire che si è investiti di aspettative troppo elevate o che si va incontro ad una adultizzazione precoce di cui prima o poi si paga lo scotto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu 

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia

 

Siamo a fine agosto, l’estate volge al termine e riprende la nostra collaborazione con il blog Genitorialmente.

Questo mese il tema è davvero interessante: i genitori hanno delle preferenze tra i figli?

Leggiamo insieme le riflessioni e le domande di Manu e Flavia e mercoledì, come sempre, proveremo a rispondere.

Melania e Maria Grazia

 

Ci sono dei momenti nella vita di un genitore in cui rivede il suo essere figlio dall’altro punto di vista. Chi ha fratelli e sorelle ha sofferto per le preferenze che un genitore faceva nei confronti dell’altro. Magari solo in alcuni momenti, o forse per tutta la vita, magari a torto o a ragione, poco importa, tutti abbiamo attraversato questo sentimento.

Quando ero figlia spesso mi sentivo chiedere,

“Non ti da fastidio che tua mamma faccia le preferenze per tuo fratello?”

Io non ricordo i miei sentimenti di allora, ricordo solo la risposta di mia mamma

“Tuo fratello ha bisogno cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta mi è sempre andata bene. Il paradosso è che ora, solo ora che sono adulta e che sono mamma, mi sono davvero resa conto di come mio fratello sia il figlio preferito di mia mamma. Lo era e lo continua ad essere e la storiella che mi aveva raccontato mia mamma era solo una storiella a cui io avevo creduto e forse a cui aveva creduto anche lei.

Ho sempre desiderato avere due figli, ma devo ammettere che il mio desiderio di maternità era totalmente appagato con la mia prima figlia. La scelta del secondo era più un atto di altruismo nei confronti della primogenita che una nostra reale esigenza di genitori. Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.

Ricordo la domanda che mi suonava nella testa, come posso volere bene a un altro figlio senza “togliere qualcosa alla mia bambina”? Io questo amore voglio dedicarlo tutto a lei. Poi un’amica mi disse “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Differenze tra i figli – Le insicurezze riappaiono nel cuore e nella mente

La domanda che rimbalza assordante nella mia testa è:

“Io faccio differenze fra le mie figlie”?

Da quando sono nate fino a qualche anno fa, cercavo di comportarmi in maniera identica. Tutto uguale. Quello che davo ad una davo all’altra, chiaramente compatibilmente con l’età. Le attenzioni, le manifestazioni di affetto, le sgridate (ci sono anche quelle) tutto replicato. Le mie figlie hanno due caratteri completamente diversi. Poi un bel giorno ho capito che forse stavo sbagliando. Allora ho iniziato a rilassarmi, a farmi guidare da loro, o almeno credo

Differenze tra i figli – Comportamenti uguali per figli diversi. E’ giusto?

Oggi cerco di comportamenti diversamente significa che “faccio differenze”?

E quando invece non lo faccio … sbaglio?

L’ultimo esempio che mi viene in mente è la pizzata di fine anno. Era un periodo in cui le mie figlie si stavano comportando male, ho detto loro che se fossero andate avanti così la pizzata saltava.

La più piccola ha subito cambiato atteggiamento ed è andata alla pizzata. La più grande è andata avanti con il suo modo di fare e la pizzata è saltata. Lei ha accettato questa punizione, non ha più detto nulla, direi che era tranquillamente rassegnata. Io rodevo dentro anche perché lei è più chiusa e “avrebbe” maggior bisogno di socializzazione. Forse non era la punizione giusta.

  E’ giusto tenere lo stesso atteggiamento di fronte a situazioni identiche?

  Se invece hai atteggiamenti diversi come lo spieghi a due ragazzine che non stai facendo differenze?

 

Differenze tra i figli – La legge del taglione può funzionare?

Praticamente tutti i giorni mi sento dire le fatidiche frasi:

  • “Lei mi fa i dispetti e non le dite niente”
  • “Voi sgridate sempre me”
  • “Lei può fare quello che vuole e nessuno la sgrida”

….e se fosse vero?

Tu non mi ascolti io non ti ascolto, tu non collabori io non collaboro. Se tua sorella è più collaborativa/socievole/educata…. Anche io sarò diversa, insomma un po’ a modi legge del taglione, o no?

Questi comportamenti differenti non sono la dimostrazione di meno amore, ma possono essere confusi con questo e io non lo voglio proprio.

 

 

 

 

 

 

Differenze tra i figli – Reale o presunta? Come curarla?

    Un genitore come può capire se sta facendo differenze fra i figli?

Come si può gestire o rimediare a questo atteggiamento sbagliato?

Differenze tra i figli – Figlio maschio e figlio femmina.

Si dice che le mamme preferiscano il figlio maschio e invece sia la femmina la figlia preferita dai papà. Poiché la regina della casa è la donna il figlio maschio diventa il principe ereditario.

Mi chiedo se è un problema di genetica? E’ qualcosa che va al di là della volontà di noi mamme? C’è lo zampino di Freud? Quante amiche si lamentano di come la suocera abbia tenuto il marito nella bambagia e fanno lo stesso con i figli maschi.

Nel manuale del perfetto genitore (ancora in fase di implementazione) le risposte a queste domande non ci sono. Mercoledì pubblicheremo il post che le nostre esperte psicologhe di PsyBlog.blog.tiscali  e  Studiopsynerghia hanno scritto per aiutarci a trovare le risposte ai nostri dubbi.

Manu e Flavia – Genitorialmente.it

 

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“La terapia finisce, tuttavia continua.

 I familiari portano il terapista dentro di sé

 mentre il terapeuta si porta dentro la famiglia.

 La vita va avanti e al terapeuta resta l’entusiasmo

di essere stato coinvolto

 in un’esperienza umana ricca di sentimenti”.

 

Carl Whitaker

 

L’estate è un momento in cui si chiudono diversi percorsi terapeutici.

La fine di una terapia è per me sempre molto emozionante perché è un  momento di bilancio e di saluti, ancora più toccante quando a concludere il suo percorso con me è un adolescente.

Mi appassiona vedere la metamorfosi di queste creature fragili e forti, che imparano a vivere integrando gli aspetti ambivalenti presenti nella vita e “buttare il cuore oltre l’ostacolo”.

Non tutte le paure scompaiono, non è questo l’obiettivo, alcune restano, ma non hanno più il potere di paralizzare chi le vive, che trova quindi il coraggio di affrontarle e superarle.

Spesso chiedo alle persone di scrivere che cosa è stato per loro questo percorso, una sorta di lettera alla terapia.

Questa è la lettera alla terapia di Pilar, una ragazza di 15 anni che ha passato con me un’ora ogni mercoledì pomeriggio per un anno e tre mesi.

Pilar ha spiegato le sue ali, non ha più bisogno di una stampella per andare incontro alla vita e comprendere le sue emozioni. 

Come dice Carl Whitaker nella citazione in cima al post “la terapia finisce, tuttavia continua …” continua nella vita quotidiana che Pilar sta imparando ad affrontare da sola.

Una parte di Pilar resterà con me, negli origami lasciati nel mio studio, in quel piccolo Tao “con un po’ di bene nel male e un  po’ di male nel bene” che mi ha lasciato come segno del suo passaggio, nel ricordo di quella ragazzina rompiscatole che metteva in discussione tutto e che ha imparato a sorridere.

Vi lascio con le sue parole, efficaci e simboliche.

 

“Le cose non cambiano velocemente.

La terapia, la guarigione, non hanno la velocità di un fulmine che riporta le cose alla normalità.

No.

Bisogna imparare a sfogare le emozioni ostili con le peggiori parole, a sentire tutto l’odio che proviamo, ma ricordare, secondo dopo secondo, che c’è qualcosa di migliore di quell’odio.

Che  noi non siamo così  mostruosi come pensiamo e che tutto ciò che per noi è sbagliato, irraggiungibile, incomprensibile e ci è lontano, può essere preso con positività e interiorizzato nell’amore che proviamo per noi stessi.

Si comincia prendendosi cura di sé, rimanendo qualche secondo di più a contemplare la figura nello specchio per finire poi magari con una risata liberatoria, sincera e spensierata.

Sarà lunga, ma si imparerà ad amarsi passo dopo passo.

E che bisogno c’è di un fulmine se si può guardare il cielo nuvoloso aprirsi lentamente in un arcobaleno?”

Maria Grazia 

Nella foto: “Adolescenza” di Agata Fasulo

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Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema è il dialogo con i propri figli adolescenti.

Manu ci parla di quanto per lei sia importante il dialogo con le sue figlie, forse anche perché è la cosa che sente esserle mancata di più con i suoi genitori:

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.”

Ci parla di quanto, proprio per questo, quando questa modalità sembra non funzionare, si sente frustrata.

Eh già! Uno cerca di fare del proprio meglio e di evitare di ripetere gli errori fatti dai propri genitori e poi si ritrova a vivere le loro stesse frustrazioni.

Con i figli che a volte parlano e a volte no, con le differenze tra un figlio e un altro che fanno capire che davvero non si può mai abbassare la guardia e pensare di avercela fatta, di avere trovato la chiave per entrare nella stanza dell’adolescenza, perché poi questa chiave, a un certo punto, nella toppa non ci entra più!

Cosa fare quando un figlio non parla?

 “Che cos’hai fatto oggi?”

“Niente”

Quante volte siamo stati protagonisti o testimoni di una conversazione di questo tipo tra un genitore e suo figlio adolescente?

“Niente” è una risposta adolescenziale molto tipica che suscita negli adulti reazioni di fastidio e disorientamento.

“Ci vediamo così poco e tu non hai nemmeno voglia di parlare”

Questa può essere la conseguente risposta piccata del genitore di turno che porterà probabilmente il ragazzo a rispondere con uno sbuffo contrariato “uff!”.

I genitori si sentono confusi di fronte alla carenza di comunicazione dei propri figli, soprattutto quando il lavoro e gli impegni riducono le occasioni di incontro, ma quel “niente” a volte significa soltanto “non è il momento”.

Il compito difficile dell’adulto è quello di mantenere viva la propria curiosità nei confronti del figlio, senza assillarlo e, se saprà attendere il momento giusto, si ritroverà ad ascoltare racconti dettagliati di giornate attuali e persino passate…a volte fino alla nausea.

Quando si hanno figli adolescenti succede questo: silenzi e musi lunghi si alternano a relazioni dettagliate persino relative a mesi precedenti; arriva un momento in cui un evento diventa disponibile alla narrazione e d’un tratto la parola trova voce e prende vita.

Questo accade quando è possibile, quando è giunto il momento.

In adolescenza il processo di costruzione della propria identità passa anche attraverso le parole per dire se stessi.

Nella cosiddetta afasia degli adolescenti non sempre c’è un esplicito desiderio di non parlare con gli adulti, spesso è presente una difficoltà: l’impossibilità a dire una determinata cosa e allo stesso tempo la difficoltà a parlare di questa impossibilità.

Non si tratta, per usare le parole di Manu “di stare fermi e aspettare che l’adolescenza passi”, ma di sintonizzarsi emotivamente e affettivamente con se stessi e con i propri figli e comprendere in questo modo di cosa parla il proprio desiderio di dialogo e l’angoscia determinata dai silenzi di un figlio.

Mamma Manu è stata bravissima a mettersi in questa posizione di ascolto e ha trovato le sue risposte la prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.”

Paura che tanti genitori hanno in questo periodo della vita dei figli: la paura che questi facciano degli errori, dei grandi errori, di quelli che sembrano irreparabili, quelli per cui si pagano le conseguenze per molto tempo.

È comprensibile, umano e condivisibile voler aiutare i propri figli e sostenerli perché siano in grado di non mettere a rischio la propria sicurezza e siamo d’accordo con quanto dice Manu Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.”

Ed ecco un altro tema importante sul quale soffermarsi:

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

L’adolescente non è solo un musone che non ha voglia di parlare con i genitori, ma anche un individuo che sta costruendo la propria coscienza di sé attraverso il silenzio, che spesso non viene tollerato dagli adulti perché loro stessi non sono più abituati a viverlo.

Eppure il tempo del silenzio e della riflessione è un tempo fondamentale per metabolizzare le sensazioni e le esperienze.

In questa fase la voglia di parlare e i silenzi si alternano e diventa importante avere dei segreti da non condividere con i grandi, genitori in primis. La parola prende più facilmente voce con gli amici, soprattutto quelli più cari, magari l’amico intimo con cui si costruisce anche un linguaggio condiviso.

In un momento come questo l’adulto dovrebbe osservare e ascoltare anche il silenzio, che è comunque comunicazione. Bisognerebbe avere la capacità di considerare il silenzio di un figlio non come un blocco, ma anche come un’occasione di crescita.

Il silenzio di un adolescente non ha bisogno di parole ma di presenze rispettose e permette un contatto con l’altro nel momento in cui il proprio diritto a tacere viene riconosciuto, come diritto all’alterità.

Attraverso il riconoscimento del suo silenzio l’adolescente si sente riconosciuto anche come individuo indipendente e impara a stare, a rivolgere la propria attenzione anche verso il mondo interno, a fare imprimere le esperienze perché possano lasciare il segno.

Vede riconosciuto il suo diritto di prendere tempo per capire le cose, per viverle anziché correre loro accanto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

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Continua la collaborazione con il blog di genitori Genitorialmente.

Questo mese l’argomento di cui parleremo è:

Come parlare con i figli adolescenti.

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.

Io credo fortemente nella comunicazione, nella vita privata come nel lavoro, ritengo che solo parlando si può capire, conoscere, fare delle scelte. e crescere.

Ricordo che ho iniziato a parlare alle mie figlie quando erano in grembo, ho continuato quando erano in carrozzina e non ho mai smesso. Si dice che se vuoi che i tuoi figli ti raccontino la loro giornata, la loro vita, tu devi raccontargli la tua.

Io ho sempre fatto così, ma devo dire che ha funzionato a metà, ovvero ha funzionato con la mia seconda figlia ma non con la prima, quindi credo che alla fine sono i nostri ragazzi che decidono se parlarci, quando parlarci e cosa dirci.

Parlare con i figli per me è, come si dice, una fissa.

Cosa fare quando un figlio non parla?

Ci sono quei ragazzi che io definisco i “finti chiacchieroni”, non smettono mai di parlare, vieni travolto da un mare di parole, ma se rifletti su quello che ti stanno dicendo ti accorgi che di sé non ti raccontano nulla, ti parlano degli amici e di tutto il resto.

Poi ci sono gli introversi, come parlare con i figli se sono timidi o introversi? In questo caso la difficoltà è doppia.

I genitori parlano, chiedono, suggeriscono, ma dall’altra parte ci sono risposte a monosillabi.

Come fare a parlare con i figli?

Spesso altri genitori mi chiedono perché io ci tengo così tanto al dialogo, “Lascia stare la tue figlie, devi avere pazienza, devi aspettare che questi anni passano”.

Devo stare ferma ed aspettare che passi l’adolescenza? Mi sembra così assurdo.

E’ arrivato così un giorno che ho rivolto a me stessa questa domanda:

    Perché per me il dialogo con le mie figlie è così importante?

 

Sembra una domanda scontata, ma in realtà non lo è. La prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.

C’è un’età in cui i nostri figli vogliono sperimentare, fare le loro esperienze, so che sbaglieranno, non mi spaventano gli errori, mi spaventano i grandi errori.

Credo che un dialogo aperto possa prevenire qualche errore, ma soprattutto, come dico alle mie figlie

Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.

Come genitori non possiamo aspettarci che i nostri figli vengano a parlarci proprio quando l’hanno combinata grossa. L’unica possibilità che abbiamo è di costruire giorno per giorno un dialogo basato sulla fiducia e sul confronto.

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

Come parlare con i figli o come interpretare i loro silenzi?

Sarò limitata, ma quando mi dicono che anche il silenzio ha un significato, mi viene da dire che il silenzio ha un significato per chi normalmente parla, ma per chi invece non parla normalmente, il silenzio è solo il suo normale modo di essere, o no?

Quando parli con tuo figlio adolescente spesso vedi “il vuoto” nel suo sguardo, ti accorgi che non ti ascolta, ma noi genitori andiamo avanti imperterriti a “dare lezioni”, sarebbe più giusto fermarsi? O è meglio parlare sempre, col rischio di diventare noiosi, perché prima o poi qualcosa percepiscono?

Io credo che il problema sia proprio questo. Come riuscire a costruire un dialogo con i propri figli. Come parlare con i figli senza diventare noiosi e ripetitivi; ma al contrario fare in modo che tuo figlio ti trovi almeno un po’ interessante e degno di attenzione.

Quando nasce un figlio nasce anche un genitore. Poi il figlio cresce e anche noi genitori cresciamo con i nostri figli. Le nostre esperte psicologhe di PsyBlog e  Studiopsynerghia ci aiuteranno  in questo cammino a trovare le risposte ai nostri dubbi.”

Manu del blog Genitorialmente

Le nostre risposte arriveranno mercoledì prossimo.

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Anche quest’anno saremo presenti in occasione di Queeresima con i nostri laboratori pensati e realizzati con Famiglie Arcobaleno.

Con la collaborazione di Gisa Perra, Laura Orgiana, Roberta Scanu, Sara Fanti.

Sei quel che sei!

Laboratori sulla libera espressione di sé e sulla valorizzazione delle differenze per bambine e bambini dai 3 agli 11 anni.

Via aspettiamo sabato 11 giugno al Parco Giardino Ex-Vetreria di Pirri, Via Italia, dalle 17:00 alle 19:30.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ed ecco arrivato il post di maggio, come sempre ci piace lasciarci stimolare dalle riflessioni e dalle domande dei genitori del blog Genitorialmente.it.

Questo mese il tema è quello dell’autostima in adolescenza e, nello specifico, ci si interroga su quale possa essere il ruolo dei genitori al riguardo.

L’adolescenza è una fase della vita che spaventa molto i genitori,  i quali vedono i loro figli cambiare: anche i bambini più solari diventano introspettivi, compaiono emozioni come rabbia e tristezza, che fino a quel momento erano più limitate, e si fanno strada la contestazione dei ruoli genitoriali e il tentativo di affermazione di sé dei ragazzi.

Mamma Manu di Genitorialmente.it si mette in gioco, portandoci alcuni elementi della relazione con sua figlia:

[Noi genitori non riconosciamo più i nostri figli e davvero non sappiamo più come interagire con loro. I momenti di dialogo sono pochi e spesso si trasformano in momenti di scontro.

Però qualche volta succede che si riesce ad andare oltre, allora scopriamo che nostra figlia così assente e spesso arrogante è molto fragile.

“Io non sono capace di fare niente, come  sono brutta, non ci riuscirò mai, ho un brutto carattere.]

Parole pronunciate tra lacrime e silenzi e magari anche qualche sbuffo e una porta che viene sbattuta dietro di sé per lasciare spazio alla musica ad alto volume. Un rumoroso tentativo di sentirsi rispecchiati nelle parole di altri che ce l’hanno fatta diventando famosi, più realizzati, migliori … insomma!!!

Manu e Flavia ci fanno poi la domanda in modo diretto:

[Cosa dobbiamo fare noi genitori per costruire autostima negli adolescenti?]

Prima di tutto vogliamo precisare che l’autostima è il valore che attribuiamo a noi stessi, il modo in cui ci percepiamo;  questo comprende quanto riusciamo a volerci bene e quanto siamo capaci di portare avanti ciò che ci proponiamo.

Si tratta di qualcosa di multidimensionale, un contenitore di diversi aspetti: la personalità, la scuola, la relazione con la famiglia e con il gruppo di amici.

Manu paragona sua figlia ad un bellissimo fiore che deve trovare il coraggio di sbocciare: è una splendida metafora, alla quale ci viene da affiancarne un’altra, quella del bruco che diventa farfalla e della immensa fatica che fa per uscire dalla crisalide. Avete mai visto una farfalla che esce dalla crisalide? Ci vogliono ore infinite perché piano piano possa liberare le sue ali e, anche una volta fuori dal guscio, non è ancora pronta per volare. Dovrà rimanere ferma a fare asciugare le ali, ancora uno stato di immobilità e di incertezza prima di librarsi in volo e mostrare i suoi colori.

[Lei mi ascolta, magari si calma e smette di piangere, ma leggo nei suoi occhi che non mi crede.]

Le parole dei genitori non sempre riescono ad essere un balsamo per aiutare i nostri ragazzi, ciò che Manu dice aiuta  la figlia ma non riesce a risolvere totalmente il problema. Ci sono infatti degli aspetti personali che necessitano di un tempo di riflessione e di stasi, così come la crisalide che diventa farfalla.

Tempo e pazienza sono fondamentali sia per i genitori che per i figli, nonostante l’impazienza di entrambi che si incontra/scontra con sentimenti ambivalenti: i figli che non vedono l’ora di crescere anche se ne hanno paura e i genitori che vorrebbero vedere crescere i figli felici e stare bene subito, anche se poi una parte di loro desidera tenerli bambini per sempre per poterli proteggere.

È fondamentale riuscire a porsi in una posizione di ascolto dei nostri ragazzi cercando di mettersi nei loro panni. Se si riesce ad entrare in sintonia con i figli si è già sulla buona strada. L’ideale è essere capaci di ricordarsi come si era alla loro età, ricordare la propria adolescenza e le emozioni così differenti e contrastanti che hanno caratterizzato la nostra esperienza. Questo aspetto è molto importante per riuscire a dare la giusta importanza ai racconti e ai vissuti dei figli. Così il rischio di banalizzare qualcosa che per loro è importante si riduce tantissimo e si instaura una comunicazione efficace e sincera.

Ma i genitori si ricordano come erano da adolescenti? Come vivevano il rapporto con il proprio corpo, con i coetanei, con i propri genitori, con la scuola, con il sesso, con il desiderio di trasgressione, con l’idea del futuro? Tante volte ci ritroviamo a fare queste domande a genitori con figli adolescenti e il primo passo è spesso quello di ricostruire questi elementi in parte dimenticati o messi da parte.

Mettersi in posizione di ascolto significa dunque liberarsi dalla tentazione di giudicare immediatamente ciò che si ritiene sbagliato come adulti, per entrare in empatia con i figli e capire come davvero si sentono. Per fare questo in modo adeguato è importante saper osservare anche il linguaggio del corpo ed essere davvero interessati a ciò che dicono, cercando di ricordare i nomi e le storie degli amici e dei professori, vedere come cambia il tono di voce a seconda delle persone e delle situazioni di cui parlano.

È importante anche poter accettare che i figli siano diversi da noi o magari che siano simili, mentre avremmo voluto che fossero più forti o liberi.

Ciò che è certo è che i ragazzi hanno bisogno di sapere che i genitori hanno fiducia in loro, anche se a volte sbagliano perché gli errori non sono qualcosa di irreparabile, ma esperienze che aiutano a crescere, attraverso il confronto con gli altri e col  mondo.

Quindi quando un figlio propone un’idea o parla di un progetto, che magari agli adulti sembra campato in aria o pericoloso o magari inutile o chissà cos’altro, è importante non partire subito con la critica, ma dimostrare apprezzamento per l’impegno e la volontà, facendo lo sforzo di non concentrarsi solo sugli errori ma aiutarlo, ragionando con lui su come migliorare il progetto o l’idea, supportandolo nel trovare soluzioni e immaginare le conseguenze legate alle scelte.

E quando un figlio sbaglia, che fare?

Intanto il primo passo è abbandonare la propria onnipotenza come genitore che pensa di poter proteggere i figli dai mali del mondo e dalla sofferenza interiore. Questo non è possibile. È possibile però rendersi disponibili e dimostrare di esserci se loro avranno bisogno e supportarli nel processo di analisi della situazione che li ha messi in difficoltà ragionando con loro sui motivi che hanno portato al fallimento, su quali sono le emozioni che provano in questa circostanza, su come pensano che potrebbero modificare il proprio comportamento in situazioni simili in futuro e poi facendo loro la domanda più umile del mondo “cosa pensi che io possa fare per aiutarti?”.

Manu aggiunge ancora altri elementi che ci permettono di ampliare la nostra riflessione

[Io le dico che quello che conta è quello che sei, non quello che hai. Ma a questa età l’apparire è molto importante. Avere la felpa firmata ti fa sentire importante e sentirti importante ti rende sicuro. Ma io sono contro l’apparire, sto sbagliando? Gli amici sinceri ti staranno sempre vicino, si ma se nel frattempo non hai amici forse è meglio avere amicizie di serie B, che niente.]

Andiamo a toccare in questo modo un altro aspetto fondamentale dell’adolescenza: il bisogno di costruire la propria identità confrontandosi con gli altri. Anche in questo caso è molto importante non sminuire la cosa dicendo le solite frasi che gli adulti dicono “ma che bisogno hai di essere come gli altri? Tu devi essere te stesso” e altre simili affermazioni.

Non è un messaggio efficace e ottiene il solo obiettivo di fare sentire i ragazzi giudicati e non capiti dai genitori.

È invece importante non trattarli come bambini che hanno bisogno della felpa uguale agli altri o dei jeans attillati per essere qualcuno, ma riconoscere il bisogno sottostante a queste richieste e considerarli come ragazzi consapevoli che stanno crescendo. Questo non significa accontentare i figli in tutto. La capacità genitoriale di dire di no quando è necessario è sacrosanta, ma deve essere ben motivata e non basata solo su un generico “lo faccio per il tuo bene”.

Manu ci porta poi di fronte ad un altro tema fondamentale: gli adolescenti e la scuola.

[La scuola è un altro punto dolente.

“Io non ce la faccio, non sono capace”

Come aiutarli a vedere i passi avanti che pian piano stanno facendo?

Dobbiamo riconoscergli maggiormente i loro passi avanti o dobbiamo stimolarli a fare sempre meglio?]

La scuola è infatti una fondamentale agenzia di socializzazione per i figli e se, fino alle elementari, rappresenta un contesto abbastanza protettivo, dalle scuole medie in poi la situazione cambia e la scuola diventa il luogo in cui ci si scontra con tutte le proprie difficoltà, non solo legate alle materie ma anche alle relazioni.  A creare difficoltà possono essere sia le relazioni con altri adulti di riferimento quali gli insegnanti, che con i compagni di classe, coetanei che possono rappresentare delle grandissime risorse ma anche delle enormi difficoltà. È una fase in cui diventa molto più difficile proteggere i propri figli, che piano piano devono imparare a mettersi in gioco affrontando le proprie paure.

[Esiste un’età fino a quando dobbiamo comprendere e assecondare e un età in cui invece dobbiamo stimolare e fargli capire che la vita è una grande sfida?

Noi genitori ci ripetiamo che è giusto che i nostri figli sbaglino, perché solo in questo modo impareranno. Poi però non siamo disposti a farli sbagliare almeno nelle cose importanti come la scuola. Qual è il limite?

Fino a dove dobbiamo accompagnarli per far si che non cadano e non si facciano male e dove invece dobbiamo lasciarli andare?]

I nostri ragazzi sanno già che la vita è una sfida e la vivono ogni giorno in questo modo: affrontando le proprie paure per andare avanti, anche quando a noi non sembra. Comprendiamo la difficoltà dei genitori ad accettare che i figli possano sbagliare anche a scuola, che è il luogo in cui i ragazzi gettano le basi per il proprio futuro ma, allo stesso tempo, ribadiamo che può succedere anche questo: che ci siano delle difficoltà a scuola o che, se i ragazzi sono molto concentrati nella risoluzione di aspetti di vita più personali, possano per un periodo trascurare le attività scolastiche. I genitori devono fare i conti con questa possibilità e capire come li fa sentire, prima ancora di affrontare la cosa con i figli. Come sempre è opportuno analizzare la vera difficoltà che sta dietro un comportamento e non trattarli come ragazzini pigri, se loro cercano di comunicare qualcos’altro.

Non stiamo dicendo che sia opportuno abbassare la guardia e lasciare fare ai figli ciò che loro “vogliono”, ma che come sempre è fondamentale, per trovare il modo giusto di agire, porsi in una posizione di ascolto e dialogo e poi le parole verranno da sole. Perché, lo ribadiamo ancora una volta, i genitori sono coloro che conoscono meglio di ogni altro i propri figli, se riescono ad entrare in contatto con i ragazzi e non farsi offuscare dal filtro delle proprie paure e preoccupazioni.

Non è un equilibrio facile da costruire ma occorre ricordarsi che, se per i figli gli errori sono delle occasioni per crescere, lo stesso vale per i genitori: non si può pensare di andare avanti senza sbagliare. I buoni genitori non sono quelli che non sbagliano mai, ma quelli che sono capaci di rendersi conto degli errori fatti e di mettere in atto dei comportamenti per imparare dagli stessi e trovare sempre nuove strategie per affrontare le diverse fasi della vita.

Manu ci chiede

[Come possiamo fare in modo che lei si fidi maggiormente di noi? Se lei ci ascoltasse i risultati saranno migliori, e lei sarà più forte e più gratificata, o no?]

La fiducia non è qualcosa di statico, ma si costruisce nel tempo e ha una forte componente relazionale. I figli sentiranno di potersi fidare dei genitori quanto più li sentiranno autentici e sapranno che sono loro i primi a riporre fiducia nei loro confronti.

La fiducia però può anche essere tradita ogni tanto e, in questi casi, è importante che i genitori non si sentano punti nel vivo della propria autostima. Quando un figlio tradisce la fiducia di un genitore non lo fa mai per fare del male allo stesso, ma perché sta sperimentando qualcosa su di sé e questo comporta dei rischi. La notizia positiva è che la fiducia si può ricostruire anche più forte di quella iniziale, se ci si mette in gioco in modo sincero e autentico.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

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Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e abbiamo il piacere di presentarvi il post di maggio, con le domande e le riflessioni di Manu e Flavia. 

Le nostre risposte arriveranno venerdì.

State con noi!

Cosa è successo? Sembra ieri che mia figlia era piccolina e ci guardava sorridendo con i suoi occhioni da cerbiatto, che veniva con noi nel lettone e che si faceva sbaciucchiare e coccolare. Invece non era ieri, sono passati alcuni anni e lei è cresciuta, ora è un’adolescente.

Tutti i genitori sanno che l’adolescenza è un periodo difficile, ma non credo che nessun genitore sia pronto per affrontarla.

Noi genitori non riconosciamo più i nostri figli e davvero non sappiamo più come interagire con loro. I momenti di dialogo sono pochi e spesso si trasformano in momenti di scontro.

Però qualche volta succede che si riesce ad andare oltre, allora scopriamo che nostra figlia così assente e spesso arrogante è molto fragile.

“Io non sono capace di fare niente, come sono brutta, non ci riuscirò mai, ho un brutto carattere.

Queste sono le parole che pronuncia, tra lacrime e silenzi.

La mia bambina in un corpo quasi da donna, ecco che ha bisogno di noi, dei suoi genitori, per fortuna penso tra me e me.

Allora cerco di abbracciarla, ma anche questo non è facile.

Cosa dobbiamo fare noi genitori per costruire autostima negli adolescenti?

L’adolescenza è un momento molto delicato, ci siamo passati tutti, poi passa, ma forse molti di noi anche da adulti si trascinano ancora l’insicurezza di questo periodo della vita così complicato.

Costruire autostima negli adolescenti – La personalità

Quando mia figlia mi dice “io ho un brutto carattere” io non so da che parte incominciare. Io la paragono sempre a un bellissimo fiore che sta per sbocciare, lei è introversa, le dico che è una ragazza speciale, e non può tenere per se quel suo essere speciale, come un fiore pian piano dovrà avere il coraggio di sbocciare e far vedere al mondo quali sono i suoi bellissimi colori. Lei mi ascolta, magari si calma e smette di piangere, ma leggo nei suoi occhi che non mi crede.

Essere accettati e riconosciuti all’interno di un gruppo è fondamentale per l’autostima di un adolescente, mia figlia fa molta fatica a entrare in un gruppo, ne rimane sempre ai margini, e raramente parla con i suoi coetanei, non ritiene di aver nulla da dire di interessante, si chiede perché gli altri dovrebbero ascoltarla.

Come faccio ad aiutarla a costruire la sua autostima?

Spesso quando le parlo dei suoi difetti, dico che è proprio su questi che deve lavorare, poco per volta, deve vincere la sua ritrosia, non deve aver paura di sbagliare.

Ma forse sono io che sbaglio!

Lei non è me, io sono una persona che oggi lotta per migliorarsi, ma non ricordo come fossi alla sua età.

Forse è troppo presto mettere i propri figli davanti ai propri limiti. Forse sarebbe più giusto far credere loro che sono i più bravi, i più belli, così’ cresceranno più sicuri di sé, o no?

Io le dico che quello che conta è quello che sei, non quello che hai. Ma a questa età l’apparire è molto importante. Avere la felpa firmata ti fa sentire importante e sentirti importante ti rende sicuro. Ma io sono contro l’apparire, sto sbagliando? Gli amici sinceri ti staranno sempre vicino, si ma se nel frattempo non hai amici forse è meglio avere amicizie di serie B, che niente.

Forse non devo essere così severa.

Costruire autostima negli adolescenti – La scuola

La scuola è un altro punto dolente. Mia figlia è molto brava in matematica ma ha importanti difficoltà nelle materie umanistiche.

“Io non ce la faccio, non sono capace”

Si demoralizza perché pur studiando molto i voti sono bassi. Nonostante io le dica che pian piano sta migliorando è come se non sentisse. Lei vede solo le sue difficoltà, i suoi fallimenti. Era arrivata addirittura a non studiare più italiano, perché tanto era inutile, per fortuna siamo riusciti, con gran fatica, a convincerla a riprendere con lo studio, ma intanto c’erano i 4 da recuperare. Forse questi adolescenti si sentono invincibili e quindi non accettano il fallimento e quando questo arriva sono totalmente incapaci di reagire.

Come aiutarli a vedere i passi avanti che pian piano stanno facendo?

Si aspettano che tutto si sistemi velocemente, o avviene tutto subito, o niente, è come se fossero ciechi.

Quando guardo mia figlia, mi rendo conto che sta crescendo, sta imparando, sta maturando, ma è tutto così difficile, lo capisco.

Dobbiamo riconoscergli maggiormente i loro passi avanti o dobbiamo stimolarli a fare sempre meglio?

Questa società pretende sempre di più, forse non dobbiamo essere tanto teneri con i nostri figli perché oggi la società è spietata.

Esiste un’età fino a quando dobbiamo comprendere e assecondare e un età in cui invece dobbiamo stimolare e fargli capire che la vita è una grande sfida?

Noi genitori ci ripetiamo che è giusto che i nostri figli sbaglino, perché solo in questo modo impareranno. Poi però non siamo disposti a farli sbagliare almeno nelle cose importanti come la scuola. Qual è il limite?

Fino a dove dobbiamo accompagnarli per fare che non cadano e non si facciano male e dove invece dobbiamo lasciarli andare?

Noi vorremmo che nostra figlia ci ascoltasse di più, si fidasse maggiormente di noi, facesse quello che le diciamo, è un modo per aiutarla a fronteggiare quello che l’aspetta.

Come possiamo fare in modo che lei si fidi maggiormente di noi? Se lei ci ascoltasse i risultati saranno migliori, e lei sarà più forte e più gratificata, o no?

Costruire autostima negli adolescenti è davvero uno dei compiti più importanti per un genitore, i dubbi sono tantissimi.

Venerdì aspettiamo i commenti delle nostre esperte di PsyBlog e Studiopsynerghia che ancora una volta ci aiuteranno a “stimolare la messa in atto delle risorse che ogni famiglia ha al proprio interno, senza la presunzione di dare dei consigli ai genitori che, secondo noi, sono sempre i maggiori esperti rispetto ai propri figli”.

Manu - Genitorialmente.it 

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Mi capita spesso di incontrare genitori e figli adolescenti e di trovarmi di fronte sempre allo stesso tema che porta al conflitto: i genitori preoccupati per le uscite serali dei figli e per la possibilità che mettano in atto condotte a rischio, e i figli che non ne possono più di sentirsi fare sempre le stesse raccomandazioni.

La storia di Francesca, 17 anni, e Manuela e Paolo, i suoi genitori, non si discosta da questo schema.

Manuela e Paolo si preoccupano per la loro unica figlia e ogni volta che esce con gli amici non fanno che darle sempre le stesse raccomandazioni:

“stai attenta a chi frequenti”

“non parlare con persone strane”

“non accettare da bere da sconosciuti”

“non salire in macchina con persone che hanno bevuto”

“non ubriacarti”

“non farti le canne”

“non fare cose di cui potresti pentirti”

E così via… in una litania infinita che lascia loro spossati e lei a sbuffare annoiata.

Sono tutti saggi consigli, penserete voi, ed è vero! Sono buoni consigli e cose che senz’altro un genitore deve dire ad un figlio quando incomincia a vivere le sue esperienze da solo e con gli amici… ma quando e quanto spesso?

Proviamo a vedere cosa ne pensa Francesca.

Francesca è una brava ragazza che va discretamente a scuola e ha tanti amici, alcuni “a posto” altri giudicati “un po’ strani” o “inadeguati” dai suoi genitori.

Francesca non ne può più di sentirsi dire sempre le stesse cose, farsi dare sempre le stesse raccomandazioni e ogni volta sbuffa un po’ di più.

Anche lei sa che i consigli dei suoi genitori sono “cose buone e giuste” ma soffre molto del fatto che Manuela e Paolo sembrino non avere fiducia in lei, non si accorgano che è cresciuta e sente che, se si trovasse in difficoltà, forse non sarebbero loro le prime persone che contatterebbe.

Arrivano da me perché a Francesca è successa una brutta disavventura che, per fortuna, non ha lasciato gravi strascichi: un sabato notte, mentre tornava dalla discoteca in motorino con un amico, sono finiti fuori strada. Non si sono fatti niente di grave, giusto qualche escoriazione alle ginocchia ma lo spavento è stato grande per tutti.

Al pronto soccorso si è poi visto che l’amico di Francesca guidava ubriaco, mentre lei è risultata negativa all’alcol test.

I genitori dopo un primo momento di sollievo hanno subito cominciato ad aggredirla chiedendole (urlandole?) “come mai hai fatto una cosa così stupida? Come hai potuto salire in moto con un ragazzo che aveva bevuto? Quante volte ti abbiamo spiegato di non farlo?” e infine la fatidica domanda “perché non hai chiamato noi?”.

Anche in seduta ripetono questa frase come un mantra “perché hai fatto una cosa così stupida? Perché ti sei messa in pericolo? Perché non hai chiamato noi?”.

È a questo punto che Francesca sbotta:

“sapevo benissimo che ciò che stavo per fare era sbagliato. Lo sapevo che Mauro aveva bevuto e non avrei voluto salire in moto con lui, ma ho pensato che se vi avessi chiamato, voi non avreste fatto altro che sgridarmi, ripetendo le sole cose che sapete dire e magari mi avreste anche messo in punizione!”

I genitori si sentono molto colpiti da questa frase e iniziano a chiedersi dove hanno sbagliato, lo chiedono a me e io li invito a chiedere alla loro Francesca, che mi pare essere molto competente e saggia.

E Francesca li stupisce ancora una volta dicendo loro queste parole: “lo sapete che non bevo e non fumo eppure ogni sabato sera mi ossessionate con le vostre paure, con le vostre raccomandazioni, forse potreste provare a dirmi che vi fidate di me e che se ho un problema posso contare su di voi e chiamarvi per chiedere aiuto. Solo questo”.

Eh già solo questo, semplicemente questo, una frase semplice che dimostra insieme due cose di cui i figli, soprattutto in adolescenza, hanno estremo bisogno: il fatto che i genitori abbiano fiducia in loro e il fatto che loro ci siano, ci siano davvero se i figli andranno incontro a delle difficoltà, non per giudicarli, ma per aiutarli e dare loro supporto.

Questa frase colpisce molto i genitori di Francesca che per la prima volta guardano la loro figlia per ciò che lei realmente è, e non attraverso il filtro ovattato delle proprie paure.

Il dialogo tra Francesca e i suoi genitori ci indica in modo chiaro la strada: la prevenzione è importante ma va fatta nei modi e nei momenti opportuni e anche con la giusta misura. A volte infatti la troppa informazione genera disinformazione. In questo caso poi ad essere sbagliato è stato soprattutto il momento in cui queste raccomandazioni venivano fatte, e infatti il messaggio che è arrivato a Francesca è stato un messaggio di controllo e paura e non di sostegno e forza, come invece avrebbero voluto fare i suoi genitori.

Cosa ne pensate?

Maria Grazia Rubanu

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