Relazione Individuale

Ti trovi nella categoria Relazione Individuale.

Ed eccola qui la locandina del nostro laboratorio per Queeresima 2017. La meravigliosa Frida Kahlo ci accompagnerà in un laboratorio per bambine e bambini pensato insieme all’ Associazione Famiglie Arcobaleno
Vi aspettiamo domenica 28 maggio nella nuova sede di Arc Cagliari, in via Falzarego 
MariaGrazia Rubanu e Melania Cabras


Tags: , , , , , , , , ,

Domenica scorsa si è svolto il nostro laboratorio per bambine e bambini Passaporta per quale futuro”, un laboratorio sulla rappresentazione di sé alla scoperta delle tante professioni possibili.

Si tratta di un laboratorio svolto all’interno della terza edizione dell’evento “Le lesbiche si raccontano”, pensato e realizzato insieme all’associazione Famiglie Arcobaleno, con la quale collaboriamo da anni.

Hanno partecipato 15 bambine e bambini che si sono divertiti a costruire il proprio futuro con colori, fogli di carta, oggetti magici e la loro splendida creatività.

Attività di disegno e momenti di gioco si sono alternati in una cornice semi-magica che ha permesso a tutte e tutti di esprimersi utilizzando modalità comunicative differenti.

Le carte de “Il gioco del rispetto” sono state un prezioso ausilio per stimolare la riflessione sulle possibili professioni future, che possono essere svolte da chiunque, indipendentemente dal fatto che si sia maschi o femmine.

E così, tra gioco e magia le bambine e i bambini hanno sperimentato che non ci sono lavori da maschio e lavori da femmina ma solo lavori che, se appassionano, permettono la crescita e la realizzazione di sé.

Il nostro obiettivo era quello di lavorare sugli stereotipi di genere, sulla possibilità di elaborare un proprio punto di vista e sulla libertà di espressione.

Vedendo i disegni dei bambini e delle bambine e ascoltando le loro parole crediamo di avere gettato un seme in questa direzione e questo ci rende davvero felici.

Tra le tante professioni emerse c’è stata: la paracadutista, il pilota di aerei, la scienziata, la paleontologa, la signora che fa nascere i bambini (ostetrica), la ballerina, il veterinario, l’astronauta, la pattinatrice, la carabiniera, la muratrice bravissima a costruire case, la signora dei cani (allevatrice)… tanti mestieri possibili, tutti realizzabili, se saranno loro per prime/i a credere nei propri sogni.

Vi lasciamo con la filastrocca e la formula magica che le bambine e i bambini hanno recitato con grande entusiasmo all’uscita del tunnel passaporta.

E adesso con un po’ di magia

Facciamo un volo con la fantasia

Avete pensato e poi disegnato

E il vostro futuro immaginato

Un futuro da sognare

E piano piano avvicinare

Il futuro e lì che aspetta

E voi avete la bacchetta

La bacchetta per creare

Tutto ciò che amate fare

Del futuro siete Streghe e Maghi

Pronti sempre a spaventare i draghi

 

Su coraggio, la Passaporta attraversiamo

E tutti insieme la formula magica ripetiamo:

Coda di drago

Lingua di mago

Bianco coniglio

Verde trifoglio

La mia vita è un bianco foglio

La coloro come voglio!

Grazie a chi ha collaborato con noi: le bambine e i bambini e i loro genitori, l’associazione Famiglie Arcobaleno, le colleghe Roberta Scanu e Sara Fanti e l’associazione Arc Cagliari che ci ha ospitato nella bellissima location del Lazzaretto di Cagliari.

Al prossimo anno!

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras  per lo studio Psynerghia e Silvia De Simone per Famiglie Arcobaleno

Tags: , , , , , , , ,

Anche quest’anno saremo presenti a “Le lesbiche si raccontano” con i nostri laboratori per bambine e bambini.
Il 26 marzo scopriremo insieme a loro che non ci sono mestieri “da maschio” e mestieri “da femmina” ma solo mestieri che ci piacciono e ci fanno sentire realizzat*.


Lo faremo giocando … con un tocco di magia …


Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras per lo studio Psynerghia e Famiglie Arcobaleno 


Con la collaborazione di Roberta Scanu e Sara Fanti

Tags: , , , , , , ,

 

“Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti”

F. De Andrè – Canzone del maggio

 

 

Se l’è andata a cercare!

Sono queste le aberranti parole pronunciate da più voci, troppe voci, a proposito della vicenda di una ragazzina di 16 anni, stuprata per circa due anni, da quando ne aveva 13, da un gruppo di nove uomini e poi ricattata perché mantenesse il segreto fino a quest’anno, in tutto 3 anni di efferata violenza.

Il contesto è Melito di Porto Salvo, un paese della Calabria di circa 14 mila abitanti.

È qui che una ragazzina di 13 anni, poco più che una bambina, ha subito in silenzio la violenza del branco per tre lunghi, infiniti anni, senza mai poterne parlare con nessuno, senza che mai nessuno si sia accorto della sua sofferenza, o forse, ipotesi ancora più terribile, che molti sapessero e si siano girati dall’altra parte.

Poi un giorno, grazie ad una segnalazione confidenziale alla polizia, lei ha il coraggio di denunciare, riesce a parlare dell’accaduto, riesce a superare la vergogna, il senso di umiliazione, riesce forse a pensare di valere ancora qualcosa e parla.

A questo punto sarebbe stata d’obbligo la solidarietà di tutti, persone di tutte le età e le rappresentanze sociali unite a fare cerchio attorno a questa adolescente che ha vissuto un incubo lungo tre anni.

Mi sarei aspettata messaggi d’affetto per lei, sostegno alla famiglia e critiche feroci e inorridite verso coloro che hanno messo in atto uno stupro di gruppo per ben due anni.

Lo so, li ho già ripetuti tante volte questi numeri, ma sono io la prima a rimanere incredula, a spalancare gli occhi di fronte a tanto orrore, ma questa è la cruda realtà!

La vile, triste, schifosa, tragica realtà, in cui anziché fare rete intorno alla vittima, ci si schiera con i carnefici.

E lo si fa in tanti modi!

Prima di tutto con la poca partecipazione alla fiaccolata organizzata contro la violenza: poche centinaia di persone e molte di loro dei paesi vicini, con la scarsa presenza di figure istituzionali, quelle che avrebbero dovuto prendere una posizione ufficiale e deprecare un atto così vile e un reato così infame.

E poi le parole dei sacerdoti del paese, uno che dice che “sono tutti vittime, anche i ragazzi”, mettendo in atto la fine strategia de “un colpo al cerchio e uno alla botte”, così nessuno è colpevole, siamo tutti tranquilli e non ci si inimica nessuno.

E l’altro che in un’intervista risponde che “in paese c’è troppa prostituzione”, mostrando insieme una totale assenza di sensibilità da un lato e di logica dall’altro (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/12/stupro-reggio-calabria-vince-lomerta-e-la-cultura-dello-stupro/3027319/)

Cosa c’entra la prostituzione con la violenza sessuale subita?

Forse si tratta di due novelli Don Abbondio “vasi di coccio tra vasi di ferro” chissà, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” avrebbe detto Alessandro Manzoni!

Ma a me vengono i brividi a leggere le loro parole, ennesima forma di abuso subita dalla giovane ragazza da figure che avrebbero dovuto consolarla, sostenerla, supportarla anche attraverso la condanna delle gesta compiute dal branco feroce.

E poi il sindaco che se la prende con la giornalista che dà voce al pensiero della gente, a coloro che anche in strada, nutriti dal più becero senso comune, ripetono “se l’è cercata”.

E ancora una volta la ragazza subisce un abuso, anche le istituzioni non prendono posizione e non condannano questi atti, ma chiedono il silenzio su un evento per il quale la rottura del silenzio dovrebbe essere inesorabile e certa (http://www.lastampa.it/2016/09/11/italia/cronache/se-l-andata-a-cercare-il-paese-volta-le-spalle-alla-ragazzina-violentata-zzOxJ18IlHQP1vHsG4HDOO/pagina.html).

Perché di queste cose si deve parlare, perché uno dei modi per aiutare le vittime di abusi sessuali e render loro giustizia, è aiutarle ad avere giustizia legale e supporto sociale, oltre naturalmente al sostegno psicologico.

Queste modalità sono invece, ancora una volta, traumatiche, lavorano sul giudizio e sul senso di colpa, sul senso di umiliazione e di vergogna, con dinamiche pericolosamente vicine a quelle subite con l’abuso.

Una ragazzina, poco più che una bambina che a 13 anni si è ritrovata sola, la famiglia non si è resa conto di ciò che stava accadendo, forse perché troppo presa dalle dinamiche conflittuali interne, forse perché impaurita dalle relazioni familiari di alcune delle persone coinvolte e nemmeno la scuola sembra essersi resa conto, né la gente del paese (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/09/02/calabria-violentata-dal-branco-per-quasi-due-anni-dieci-arresti-investigatori-comunita-e-famiglia-sapevano-delle-angherie/556614/).

Nessuno ha mai davvero visto l’auto che si fermava di fronte alla scuola per farla salire almeno due volte alla settimana?

Nessuno ha visto o nessuno ha voluto vedere?

Tra i nove (e ripeto nove) del branco c’erano parenti di persone influenti, c’era il rampollo di un potente boss della ‘ndrangheta, forse questo ha fatto paura e messo a tacere i più, anche di fronte ad una cosa così terribile.

E anche adesso che l’orrore è ufficiale, è la paura che sembra dominare, quel sordo terrore che ha portato e porta ad insabbiare, al silenzio, al voltarsi dall’altra parte o addirittura a dare la colpa alla vittima, così ci si sente con la coscienza a posto per non essere intervenuti.

Ma come è possibile dare la colpa ad una ragazzina di 13 anni che è stata ingannata, plagiata, ferita, colpita nell’autostima per ben tre anni?

Voglio dire alla ragazzina e alla famiglia che, nonostante tutto questo dolore, nonostante il fango e l’ulteriore umiliazione, hanno fatto bene a denunciare, anche se adesso l’unico desiderio è quello di poter andare via dove nessuno li conosca e in un posto dove poter ricominciare.

La denuncia e il dare voce alla violenza sono l’unica strada possibile per un paese civile per gettare le basi del senso di giustizia e di riparazione.

Susan Brison, filosofa statunitense, definisce lo stupro “un assassinio senza cadavere”.

Una definizione forte che rende bene l’idea della violenza devastante che sradica ogni difesa e fa sembrare impossibile il potercela fare.

Il senso di disintegrazione, dopo una simile esperienza, resta per tanto tempo, così come il senso di frammentazione del sé e la dissociazione, figli della paura e del senso di impotenza.

Il lavoro di integrazione di un’esperienza di questo tipo nella propria vita è lungo e complesso e, perché lo si possa portare avanti in modo adeguato, è necessario avere uno spazio d’ascolto libero e non giudicante, uno spazio in cui poter esprimere l’umiliazione, la vergogna, l’impotenza a qualcuno capace di esserci, di accogliere e piano piano aiutare a riparare.

E purtroppo, in questa situazione, il lavoro dovrà comprendere anche il dovere tollerare la frustrazione del trovarsi ad affrontare una violenza ulteriore figlia della paura e dell’ignoranza, della terribile omertà che ha caratterizzato questa vicenda.

Maria Grazia Rubanu 

Tags: , , ,

“La terapia finisce, tuttavia continua.

 I familiari portano il terapista dentro di sé

 mentre il terapeuta si porta dentro la famiglia.

 La vita va avanti e al terapeuta resta l’entusiasmo

di essere stato coinvolto

 in un’esperienza umana ricca di sentimenti”.

 

Carl Whitaker

 

L’estate è un momento in cui si chiudono diversi percorsi terapeutici.

La fine di una terapia è per me sempre molto emozionante perché è un  momento di bilancio e di saluti, ancora più toccante quando a concludere il suo percorso con me è un adolescente.

Mi appassiona vedere la metamorfosi di queste creature fragili e forti, che imparano a vivere integrando gli aspetti ambivalenti presenti nella vita e “buttare il cuore oltre l’ostacolo”.

Non tutte le paure scompaiono, non è questo l’obiettivo, alcune restano, ma non hanno più il potere di paralizzare chi le vive, che trova quindi il coraggio di affrontarle e superarle.

Spesso chiedo alle persone di scrivere che cosa è stato per loro questo percorso, una sorta di lettera alla terapia.

Questa è la lettera alla terapia di Pilar, una ragazza di 15 anni che ha passato con me un’ora ogni mercoledì pomeriggio per un anno e tre mesi.

Pilar ha spiegato le sue ali, non ha più bisogno di una stampella per andare incontro alla vita e comprendere le sue emozioni. 

Come dice Carl Whitaker nella citazione in cima al post “la terapia finisce, tuttavia continua …” continua nella vita quotidiana che Pilar sta imparando ad affrontare da sola.

Una parte di Pilar resterà con me, negli origami lasciati nel mio studio, in quel piccolo Tao “con un po’ di bene nel male e un  po’ di male nel bene” che mi ha lasciato come segno del suo passaggio, nel ricordo di quella ragazzina rompiscatole che metteva in discussione tutto e che ha imparato a sorridere.

Vi lascio con le sue parole, efficaci e simboliche.

 

“Le cose non cambiano velocemente.

La terapia, la guarigione, non hanno la velocità di un fulmine che riporta le cose alla normalità.

No.

Bisogna imparare a sfogare le emozioni ostili con le peggiori parole, a sentire tutto l’odio che proviamo, ma ricordare, secondo dopo secondo, che c’è qualcosa di migliore di quell’odio.

Che  noi non siamo così  mostruosi come pensiamo e che tutto ciò che per noi è sbagliato, irraggiungibile, incomprensibile e ci è lontano, può essere preso con positività e interiorizzato nell’amore che proviamo per noi stessi.

Si comincia prendendosi cura di sé, rimanendo qualche secondo di più a contemplare la figura nello specchio per finire poi magari con una risata liberatoria, sincera e spensierata.

Sarà lunga, ma si imparerà ad amarsi passo dopo passo.

E che bisogno c’è di un fulmine se si può guardare il cielo nuvoloso aprirsi lentamente in un arcobaleno?”

Maria Grazia 

Nella foto: “Adolescenza” di Agata Fasulo

Tags: , , ,

Anche quest’anno saremo presenti in occasione di Queeresima con i nostri laboratori pensati e realizzati con Famiglie Arcobaleno.

Con la collaborazione di Gisa Perra, Laura Orgiana, Roberta Scanu, Sara Fanti.

Sei quel che sei!

Laboratori sulla libera espressione di sé e sulla valorizzazione delle differenze per bambine e bambini dai 3 agli 11 anni.

Via aspettiamo sabato 11 giugno al Parco Giardino Ex-Vetreria di Pirri, Via Italia, dalle 17:00 alle 19:30.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tags: , , , ,


Al via la nuova edizione della manifestazione “Le lesbiche si raccontano”, al suo interno ci sarà anche un laboratorio per bambini e bambine ideato e portato avanti da noi dello studio Psynerghia e dall’associazione Famiglie Arcobaleno.

Il laboratorio è aperto alle bambine e ai bambini dai 4 agli 8 anni, fino ad un massimo di 15 iscritt*.

Domenica 13 marzo dalle 10 alle 12 presso il Lazzaretto di Cagliari sarà possibile sperimentarsi in un laboratorio sui travestimenti.

Si tratta di un’attività volta a favorire la libertà d’espressione e l’elaborazione di un proprio punto di vista, attraverso la messa in discussione degli stereotipi di genere legati alle professioni.

Questi temi verranno trattati attraverso una modalità ludica che prevede l’uso del gioco simbolico, che è una delle attività preferite dalle bambine e dai bambini ed ha un ruolo fondamentale nella sperimentazione e rielaborazione della realtà in cui vivono. Grazie al gioco simbolico possono immaginare e plasmare come vogliono il loro mondo vivendo le proprie emozioni e rendendole azioni.

Tra i vari tipi di gioco simbolico il travestimento ha un ruolo speciale: permette di calarsi direttamente nei panni dei personaggi del gioco, semplicemente usando la propria fantasia.

Attraverso il travestimento è possibile sperimentare altre immagini di sé, vivendole in prima persona e confrontandosi con i travestimenti scelti dagli altri partecipanti.

Il travestimento è anche un modo per accrescere creatività e fantasia, per aumentare l’autostima e la capacità di socializzazione con i pari.

Con l’ausilio di una filastrocca sarà affrontato il tema degli stereotipi di genere legati alle professioni e all’abbigliamento.

Delle grandi ceste piene di vestiti e accessori di vario tipo permetteranno alle bambine e ai bambini di sperimentare diversi travestimenti alla scoperta di sé e degli altri e delle altre.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

 

Tags: , , , , , ,

“Prima non esistevamo, adesso esistiamo e valiamo molto meno degli altri”

Inizia con una citazione di Claudio Rossi Marcelli il comunicato scritto dalle associazioni Arc, Mos, Cgil Nuovi Diritti Sardegna, Famiglie Arcobaleno, Agedo Cagliari, Agedo Sassari, UnicaLGBT, in riferimento all’attuale messa in discussione del DDL Cirinnà, che prevede lo stralcio della parte relativa alla stepchild adoption: un vero e proprio attacco al cuore della legge sulle unioni civili.

Si firmano NOI perché, a differenza di quanto si sta cercando di fare credere, le associazioni sono unite in questa battaglia per i diritti civili. Lo sono adesso come all’inizio del percorso: quella strada in salita per vedere finalmente riconosciuti i propri diritti civili.

I propri diritti e quelli dei propri figli e delle proprie figlie.

Bambini e bambine che esistono, vivono in famiglie che li amano e li crescono nel rispetto degli altri e nella valorizzazione delle differenze tra le persone.

Bambini e bambine che giocano, vanno a scuola, hanno amici.

Bambini e bambine che hanno una famiglia ma non possono dire di averla perché qualcuno ha deciso, nel loro nome, senza nemmeno conoscerli, che cosa sia meglio per loro.

Qualcuno che millanta conoscenze sulla genitorialità, basate non su informazioni scientifiche, ma sul sentito dire e su stereotipate rappresentazioni della realtà, che non riflettono minimamente la complessità del reale.

Come professioniste del sociale ribadiamo ancora una volta che l’orientamento sessuale dei genitori non ha nulla a che vedere con le competenze genitoriali.

Le competenze genitoriali si basano infatti sulla capacità di trasmettere amore, valori e regole. Ci sono circa 40 anni di ricerche che sostengono che che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale dei figli. Decenni di dati che dimostrano che bambini e bambine che crescono in una famiglia con uno o due genitori omosessuali non sono esposti a nessun rischio specifico. Come sostiene già dal 2006 l’American Academy of Pediatrics: “Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori.”

È del 2011 la posizione espressa dall’AIP, Associazione Italiana di Psicologia, che ricorda che i risultati delle ricerche fin’ora condotte hanno documentato che il benessere psicologico e sociale dei componenti non dipende dalla composizione familiare, ma dalla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali all’interno della famiglia.  “Non sono né il numero né il genere dei genitori – adottivi o no che siano – a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano. In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali”.

Si tratta di temi sui quali la comunità scientifica è unanime, eppure le istituzioni ancora faticano a reggere il passo, ancorandosi a presunte convinzioni etiche senza alcun fondamento scientifico.

Raccogliamo a questo proposito la testimonianza di Silvia De Simone di Famiglie Arcobaleno che ci spiega i motivi della delusione, della rabbia e del dolore di questi giorni:

“Siamo molto deluse e tristi, per le nostre figlie e i nostri figli che esistono già, per quelli e quelle che nasceranno e per questo paese che non ha avuto il coraggio di fare un passo avanti verso la civiltà. Avevamo deciso di accontentarci del minimo sindacale, di briciole di diritti, per dormire sonni più tranquilli, e invece niente. Ci sentiamo prese in giro da politici che sono venuti nelle nostre case, che ci hanno fatto promesse, che ci hanno illuso che qualcosa potesse finalmente cambiare nelle nostre vite e nella cultura del nostro paese. Questo governo non ha voluto riconoscere ai nostri bambini e alle nostre bambine neanche un minimo di tutele per non essere discriminati per l’orientamento sessuale dei propri genitori. Come spieghiamo domani alle nostre figlie che non hanno approvato la legge tanto discussa e che non potranno avere entrambi i nostri cognomi? Come spieghiamo alle nostre figlie che possiamo unirci civilmente, ma che non possiamo sposarci come i genitori dei loro compagni di scuola?”

Ci uniamo al dolore e alla tristezza di queste famiglie vive e reali, che ancora una volta subiscono un sopruso e una vera e propria violenza: usate dalla politica per il bieco raggiungimento dei propri obiettivi e poi disconosciute come se nulla fosse.

Condividiamo il testo integrale del comunicato, che riteniamo più efficace di tutte le nostre parole:

“Abbiamo temuto, in questi due anni, che alla fine qualcosa non andasse per il verso giusto e che la montagna partorisse il topolino.
Non avevamo messo in conto la beffa finale: il voto di fiducia volto a tenere dentro gli omofobi presenti in maggioranza, la negazione dei diritti e perciò di un futuro alle bambine e ai bambini esistenti, concreti, reali, delle Famiglie Arcobaleno, il cedimento alla ragion di stato, la menzogna secondo la quale un risultato sia pur modesto lo si porta a casa.
Niente di più falso: lo stralcio della stepchild adoption da una proposta che già era un compromesso al ribasso confina le persone omosessuali in un limbo nel quale la genitorialitá non é né ammessa né contemplata e quella già esistente é negata al genitore non biologico; perché al di là di ciò che dicevano gli imbonitori da circo barnum dei salotti televisivi questo é la stepchild adoption: l’adozione del configlio, quel figlio che é biologicamente solo del tuo partner ma che dal primo momento della sua esistenza é stato figlio e figlia anche dell’altro genitore. L’adozione sarebbe servita solo a mettere un sigillo legale su una situazione già esistente e a garantire a quella bambina e a quel bambino il diritto a un futuro anche in caso di morte del genitore biologico.
Non approvare quella norma, stralciarla, significa semplicemente snaturare l’intera legge, renderla ingiusta, perché soddisfa alcuni bisogni di una parte e come contropartita nega diritti all’altra parte, guarda caso quella più debole.
E allora meglio nulla e far ripartire immediatamente la battaglia complessiva per la piena parità, meglio inchiodare ciascun parlamentare e ciascun gruppo alle proprie responsabilità di fronte alle cittadine e ai cittadini che questa legge la volevano, che sono scese e scesi in piazza, che pensano che essere un buon genitore non dipende dall’orientamento sessuale ma dalla capacità di amare.
Non vogliamo avallare una foglia di fico che metta solo il governo al sicuro dai richiami della UE, non crediamo al disegno di legge che dovrà prevedere una riforma delle adozioni. Conosciamo i tempi italiani in materia di diritti civili: tra la legge sul divorzio e quella sul divorzio europeo (cosiddetto breve) son trascorsi 40 anni e più.
Rispediamo al mittente le offerte del governo di una legge senza stepchild adoption: é come se quei figli e quelle figlie oggi fossero di tutte e tutti noi.
Perciò metteremo in atto momenti di mobilitazione che culmineranno nella manifestazione del 5 marzo.
Perchè un abbozzo di legge non ci serve: VOGLIAMO IL PANE MA VOGLIAMO ANCHE LE ROSE #meglioniente

NOI: Arc, Mos, Cgil Nuovi Diritti Sardegna, Famiglie Arcobaleno, Agedo Cagliari, Agedo Sassari, UnicaLGBT”

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Tags: , , , , ,

Abbiamo il piacere di condividere il programma del seminario “Diritti di Famiglie 2016 – Gender: che genere di discorso” che si terrà venerdi 22 gennaio dalle ore 14.15, presso il Liceo Classico G. Siotto Pintor, Viale Trento, 103, Cagliari.

Oggi si sente di frequente parlare di Gender o di Ideologia/Teoria Gender, spesso senza sapere davvero a cosa si fa riferimento e senza conoscere l’importante contributo degli studi scientifici di genere.

Il seminario Diritti di Famiglie 2016 – si propone di contestualizzare questi termini e spiegare come si sia arrivati a strumentalizzare la parola Gender, facendola diventare un concentrato di paure e dubbi basati essenzialmente sull’ignoranza.

L’incontro è organizzato dall’Associazione ARC Onlus e dall’Ordine Assistenti Sociali della Sardegna.

E’ aperto a chi lavora nel sociale, a chi lavora nelle scuole e a tutti coloro che vogliono approfondire un tema di grande attualità.

Trovate i dettagli nella locandina qui sotto:

Tags: , ,

Vi facciamo gli auguri per il 2016 con una poesia di Gianni Rodari.

Parole semplici e magiche insieme che sottolineano la cosa più importante: siamo noi che, giorno per giorno, costruiamo la nostra vita.

Parole che ci fanno pensare che:

Non possiamo prevedere ciò che ancora non c’è.

Non possiamo evitare le difficoltà che possono presentarsi, gli intoppi e gli inciampi.

Ma

Possiamo accogliere ciò che accade senza bisogno di saperlo prima.

Possiamo ascoltare le nostre emozioni in modo da affrontare le situazioni restando fedeli a noi stessi.

Possiamo essere protagonisti della nostra vita imparando a rispettare noi stessi e gli altri.

 

Maria Grazia e Melania

Tags: , , , ,

« Precedenti