genitorialità

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Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente. Questo mese parliamo di un tema complesso e affascinante sul quale difficilmente ci sono visioni univoche: Come essere un bravo genitore. Come sempre proviamo a condividere con voi le nostre riflessioni.

 

 

I figli

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.

Kahlil Gibran – Il profeta

Iniziamo questo post con una poesia di Kahlil Gibran, versi meravigliosi che condividiamo e che, a nostro avviso rappresentano bene che cosa vuol dire per noi essere buoni genitori.

Questo argomento è interessante, complesso e non certo univoco, probabilmente non c’è un’unica risposta su cosa voglia dire essere buoni genitori. Non c’è una sola idea di definizione e dunque: quando si è un buon genitore?

-          Quando il figlio fa ciò che il genitore desidera e realizza le sue aspettative?

-          Quando non va incontro a dolori e difficoltà?

-          Quando ottiene il massimo dei risultati possibili a scuola, nello sport, nel lavoro?

-          O quando riesce a realizzarsi perseguendo la propria serenità anche se questa non coincide con quella dei genitori?

Ogni persona quando diventa genitore inizia a confrontarsi con quelli che sono stati i suoi genitori cercando di evitare di fare gli stessi errori e magari tentando anche di valorizzare gli aspetti positivi che ci sono stati.

Le decisioni dei genitori spesso sono influenzate dalle esperienze vissute crescendo dentro le dinamiche tipiche della propria famiglia d’origine. Per riuscire a capire come comportarsi può essere utile tenere a mente che ci sono delle differenze tra ciò che vive il proprio figlio e ciò che si è vissuto come figli.

 La consapevolezza può aiutare a muoversi in modo più equilibrato nel presente.

Ci sono situazioni familiari che possono scatenare reazioni che hanno più a che fare con l’esperienza dei genitori come  figli che con i figli stessi. Quando questo accade bisogna fermarsi e provare ad ascoltarsi: una pausa può aiutare a mettere a fuoco ciò che è difficile vedere nell’immediato.

All’inizio potrà essere difficile ma ci si può allenare in modo che diventi sempre più facile  e spontaneo.

Nei momenti in cui si riesce a  riflettere su di sé e su ciò che sta avvenendo e scindere tra ciò che appartiene al passato e ciò che accade nel presente, si può decidere di modificare la  rotta. Quando si sceglie di agire in modo diverso e di mettere in atto dei comportamenti in sintonia con i bisogni dei figli, si verifica una trasformazione che diventa un prezioso momento di riparazione anche per ciò che si è vissuto nell’esperienza con i propri genitori.

Per essere buoni genitori bisogna ricordarsi di cosa si sentiva come figli, di come si vivevano certi comportamenti, di cosa si provava in certe situazioni, nelle diverse fasi della crescita. Anche questo fa parte del processo ed è un aspetto fondamentale, ma anche in questo caso poi si deve fare un passo avanti.

Ogni figlio è un essere unico e irripetibile così come ogni genitore.

Non esistono regole valide in assoluto, anche se ci sono alcuni punti fermi importanti che possono aiutare a tracciare la strada:

-          Insegnare ai propri figli  a essere indipendenti e che va bene essere diversi, non si deve essere per forza come gli altri e per farlo si può solo essere dei buoni modelli di ruolo. Cioè mostrare con il comportamento sincero quei valori che si vorrebbe trasmettere loro. Per fare questo è indispensabile incarnare i comportamenti che si vorrebbe che i figli adottassero e mostrarli con l’esempio e non solo con le parole.

 

-          Ricordare sempre che la funzione dei figli non è quella di essere un prolungamento dei genitori. Un figlio è un individuo  posto sotto la cura degli adulti fino a quando sarà indipendente, non è una possibilità per rivivere la propria vita attraverso di lui. Può accadere di desiderare che un figlio possa avere le opportunità che il genitore sente di non avere avuto, ma è molto importante avere la lucidità di capire che quella che lui considerava un’opportunità per sé potrebbe non esserlo per il proprio figlio.

 

-          Rispettare le scelte dei figli, lasciare che prendano decisioni in modo da imparare che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, importante per la loro responsabilizzazione. Questo può essere fatto fin da quando sono piccoli, aumentando il livello e la complessità del processo decisionale a seconda dell’età e delle situazioni.

 

-          Rispettare la loro privacy significa rispettare loro stessi e insegnare loro che anche la privacy dei genitori è importante. Bisogna non dimenticare mai che la loro stanza è sacra e va rispettata anche quando è in disordine, non è utile, né rispettoso frugare nei loro cassetti, né nei loro telefonini. Se onorate il loro spazio e la loro privacy  loro lo impareranno da voi a fare altrettanto e sapranno che, se vogliono potranno essere loro a raccontarvi ciò che gli accade.

 

-          Rispettare il loro diritto di sbagliare, di fare esperienza. La vita è una grande maestra e voi non potete proteggerli per sempre. Se avrete gettato buone basi loro sapranno che per le cos importanti potranno contare su di voi.

 

-          Dedicare loro del tempo senza soffocarli. Esiste una differenza profonda tra proteggere qualcuno e imprigionarlo/soffocarlo, è importante avere questa consapevolezza e imparare a gestire le proprie ansie genitoriali. Deve passare il messaggio che il tempo trascorso assieme è importante ma non deve essere una forzatura. Si possono condividere alcuni interessi senza che questi diventino imposizioni e si deve imparare ad accettare che in adolescenza i figli preferiranno trascorrere il loro tempo con i coetanei piuttosto che con i genitori.

 

-          Non serve dare tutto! Non si è un cattivo genitore se non si permette ai propri figli di avere tutto quello che vogliono, si può e si deve dire anche di no.  Quando si dice no, il diniego deve sempre essere motivato, non può essere lo strausato “perché no!”. Senza una spiegazione si potrà mantenere la propria autorità ma si perde di autorevolezza. Il punto fondamentale da ricordare è che non serve avere tutto, sia sul piano materiale che su quello affettivo ma avere il giusto: non tutto ciò di cui un figlio necessita viene da lui richiesto esplicitamente, così come non tutto ciò che chiede è funzionale al suo sviluppo.

 

-          Cercare di non dire la mai la terribile frase “io te lo avevo detto”. Sappiamo che non esiste un genitore (così come un partner) che non abbia mai detto questa frase, ma è importante fermarsi a  riflettere sull’utilità della stessa. C’è qualcuno che l’ha mai ritenuta funzionale a qualcosa dopo averla sentita? Che effetto faceva quando veniva detto a voi?

 

-          È fondamentale avere una buona dose di equilibrio e quindi saper rispondere alle esigenze dei figli in modo adeguato all’età. Essere vicini e presenti con i propri figli ha un’accezione diversa quando sono bambini rispetto a quando sono adolescenti. I bambini hanno bisogno di una presenza fisica più costante, gli adolescenti hanno bisogno di tempo a e spazio per sé e di sentire che i genitori sono presenti anche se non stanno con loro fisicamente.

La nostra ultima riflessione riguarda le parole: forse potremmo parlare non di buoni genitori, ma, parafrasando lo psicoanalista Donald Winnicott, di genitori sufficientemente buoni. Un genitore sufficientemente buono non è quello che non sbaglia mai, ma quello che è capace di imparare dai propri errori e che, forse proprio per questo può dare un insegnamento fondamentale ai propri figli. Un genitore sufficientemente buono ama i suoi figli, gioisce della loro libertà, lascia che commettano errori e li aiuta a capire se e dove sbagliano, insegnando che gli errori sono preziose occasioni dalle quali imparare.

Cosa ne pensate?

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia – Studio di psicologia

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Continua la nostra collaborazione con la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente. Oggi pubblichiamo le loro domande su un tema piuttosto spinoso: la mancanza di accordo tra i genitori nell’educazione dei figli. Venerdì troverete le nostre riflessioni e le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

 

Quando i genitori non sono d’accordo sull’educazione dei figli succede il finimondo. I figli tendono a infilarsi negli spazi che si creano tra i genitori e alcune volte noi genitori non possiamo venire meno alle nostre posizioni. Quando i punti di vista sono differenti su educazione, scuola e altro come si può fare? Lo chiediamo alle nostre psicologhe dello  Studio di psicologia Psynerghia.

Essere genitori è l’esperienza più bella del mondo, ma educare un figlio è un lavoro impegnativo. Non ci sono giornate di ferie, non ci sono momenti in cui puoi dire “aspetta un attimo”, anzi è proprio quando tutto tace che ti devi preoccupare. Perché i figli hanno un istinto innato per capire cosa non si deve fare … e lo fanno.

Educare significa essere molto pazienti, coerenti, instancabili, insomma la lista è interminabile e già così sembra una missione impossibile. Invece tutto questo non è nulla se confrontato all’ostacolo più grande: i genitori devono essere d’accordo sull’educazione dei figli.

Sto parlando di genitori presenti. Non intendo parlare di quelle famiglie dove un genitore delega totalmente l’educazione dei figli all’altro coniuge perché lavora, o perché si fida …Se ti fidi di tua moglie allora lasciale guidare la tua macchina e dagli anche il tuo portafoglio. No? Fiducia = menefreghismo.

Abbiamo detto che parliamo di genitori che sono presenti.

Ma cosa succede quando i genitori non sono d’accordo sull’educazione dei figli?

I primi momenti di disaccordo sull’educazione dei figli possono incominciare sin dai primi mesi di vita legati all’alimentazione o ai tempi della nanna e così via. Non sono argomenti poco importanti, anzi, ma diciamo che il bambino non si rende ancora conto della differenza di posizioni di mamma e papà. Invece noi genitori stiamo mettendo le basi del nostro essere genitori: è importante che iniziamo ad “educarci” ad avere una linea comune davanti ai figli. Possiamo pensarla diversamente, ma davanti ai figli dobbiamo essere uniti e coesi, sempre.

I figli tendono a infilarsi negli spazi che si creano tra i genitori. La coesione nell’educazione dei figli diventa ancora più importante quando loro iniziano a “capire” e diventa fondamentale durante l’adolescenza, perché, come dico io, lì siamo in quattro: mamma, papà, figlio e ormoni.

 QUANDO I GENITORI NON SONO D’ACCORDO SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI. LA SCUOLA

La prima vera volta che abbiamo affrontato questo argomento è stato quando mia figlia doveva scegliere la scuola superiore.

Si ritorna con la mente alle nostre scuole superiori ed al nostro percorso di studi. La scelta delle scuola superiore è una scelta importante perché incomincia a delineare una traccia nella vita dei nostri figli. Se le esperienze dei genitori sono differenti, come nel nostro caso, è possibile che la visione sia differente.

Quindi sono iniziate le discussioni tra me e mio marito. Discussioni dietro le quinte. Discussione accese. Ci è capitato anche di dire a nostra figlia che noi eravamo su posizioni differenti, perché interpretavamo e vivevamo i suoi comportamenti in maniera differente. Chi ha avuto ragione? Mia figlia (e mio marito). Perché alla fine la scelta della scuola è giusto che la facciano i nostri figli, ma anche perché io ho fatto un passo indietro e lui ha fatto un passo avanti e io mi sono fidata di lui. Ogni tanto bisogna anche fare un “atto di fede” nei confronti del nostro compagno di vita, magari ha ragione, in fondo se l’abbiamo scelto fra mille un motivo ci sarà.

 QUANDO I GENITORI NON SONO D’ACCORDO SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI. LO STUDIO.

Lo studio non è la scuola. Va oltre. Lo studio per me riguarda la costruzione delle basi per l’approccio alla vita. Con studio si intende curiosità, cultura, conoscenza, saper comunicare. Quanto è importante lo studio? Tutti rispondiamo all’unisono “Molto”. Ma la domanda vera è quanto è realmente importante per i nostri figli?

Cosa succede quando un figlio pur avendone le capacità si impegna poco?

Per me l’approccio allo studio è un obiettivo a lungo termine, per mio marito a breve termine.

Il voto o la promozione non è così importante se mia figlia non acquisisce la consapevolezza delle sue capacità e se non matura mettendo il giusto impegno nello studio. Mio marito è d’accordo con me MA per lui l’obiettivo principale è che non venga rimandata.

Io ho talmente tanta fiducia in lei che voglio “correre il rischio”.  Va a ripetizioni, ma finché non torna ad impegnarsi vorrei toglierle le ripetizioni. So che ce la può fare, quindi tocca a lei.

Mio marito, invece, sostiene che se non la supportiamo rischierà di essere rimandata, quindi vuole aiutarla continuando con le ripetizioni. Chiaramente anche lei vuole continuare con le ripetizioni, è più comodo e più facile.

Anche questa volta ci sono state discussioni accese tra di noi, ma questa volta i nostri differenti punti di vista non sono rimasti dietro le quinte. Mia figlia ha assistito ai nostri incontri-scontri ed alle “accuse” che ci siamo rivolti. Nell’ultima discussione affrontata ho detto a mio marito che mia figlia è troppo importante per mollare. Stavolta non mollo.

Probabilmente non si fa così. Ma è proprio quello che penso. Quindi come ne usciamo?

QUANDO I GENITORI NON SONO D’ACCORDO SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI. SEVERITÀ O TOLLERANZA. LA CATTIVA SONO IO.

L’approccio all’educazione è un altro punto su cui non siamo totalmente d’accordo. Io sono più severa e lui è più malleabile. Le mie figlie ci prendono in giro dicendo “Quando la mamma dice no è no, mentre a papà basta fare gli occhioni dolci e lui cambia idea”.

Alcune volte ci ridiamo sopra, ma altre volte invece diventa un momento di confronto.

Io credo che quando mia figlia fa qualcosa di sbagliato in modo consapevole non sia giusto lasciare correre. Parlo di errori non gravissimi, ma di errori reiterati. Sa che non si fa e lo fai. Sono atteggiamenti tipici dell’età adolescenziale, questo è il commento di mio marito e so che ha ragione.  Ma dopo un po’ stanca. E per me scatta una punizione. Non Esci. Cellulare requisito ecc. Mio marito è più permissivo e lascerebbe correre. Così la cattiva sono sempre io.

QUANDO I GENITORI NON SONO D’ACCORDO SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI. RAPPORTO MADRE FIGLIA.

Si dice che i rapporti madre-figlia siano sempre molto complicati. Non credo di essere una femminista, ma riconosco che le donne hanno una marcia in più. Avendo due figlie le mie aspettative sono più alte. Per questo racconto spesso alle mie figlie quella che chiamo “la favola della vita”. Quali sono le opportunità che la vita offre loro e le esorto a coglierle, tutte. Forse spingo troppo? Noi donne sappiamo quali difficoltà affrontiamo tutti i giorni e quante sfide abbiamo già vinto. Mio marito ogni tanto mi ripete “Lei non è te”. Lo so. Ma io so quanto può essere grande una donna e lui no.

Quando i genitori non sono d’accordo sull’educazione dei figli tutto si complica. Come si fa a tenere un fronte unito quando in ballo ci sono loro? I figli tendono a infilarsi negli spazi che si creano tra i genitori e alcune volte noi genitori non siamo disposti ad accettare compromessi. Quando i punti di vista sono differenti su educazione, scuola e altro come si può fare? Venerdì leggeremo le risposte e i consigli delle nostre pedagogiste di Studio di psicologia Psynerghia perché i nostri dubbi sono tanti e noi ci teniamo davvero ad essere dei bravi genitori.

Firma Manu

 

Bullismo, autostima, fiducia nei genitori, ne abbiamo parlato in Figli al centro. Non è facile, ma possiamo imparare

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La nostra collaborazione con la rubrica  Figli al centro  del blog Genitorialmente questo mese continua con un tema interessante e molto attuale: cosa possono fare i genitori di fronte ai problemi scolastici dei figli?

Proviamo a rispondere alle domande dei genitori partendo da una riflessione sull’adolescenza come età di passaggio e di cambiamento, non solo per i ragazzi che la vivono in prima persona, ma anche per le famiglie coinvolte che si ritrovano a dover costruire nuove strategie e modelli d’azione per affrontare una sfida complicata.

Soprattutto la prima adolescenza, che va dai 12 ai 14 anni, è un periodo di grandi cambiamenti fisici e psicologici e, se spesso i genitori hanno la sensazione di ritrovarsi in casa degli estranei, per loro può essere utile tenere a mente che in questa fase della vita accade di frequente che gli adolescenti stessi facciano fatica a riconoscersi.

Cambia la percezione del proprio aspetto, che  molto di rado è soddisfacente e cambia l’umore. Gli adolescenti  possono sentirsi felicissimi per un  momento e subito dopo andare incontro alla più nera disperazione. L’umore e l’immagine di sé sono fluttuanti e mutevoli. Allo stesso tempo c’è l’alternanza di momenti di grande maturità e momenti di infantilismo.

I ragazzi che si ritrovano a vivere in questo equilibrio precario hanno bisogno di trovare delle certezze nei genitori, che invece molto spesso si spaventano nel vedere gli sbalzi d’umore, l’insoddisfazione, la continua ricerca, le risposte brusche, i silenzi, le porte sbattute e magari anche un cambiamento che avviene nella sfera scolastica.

Per il genitore non esiste un unico modo “giusto” di affrontare queste difficoltà: a volte la risposta è il dialogo, a volte il rispetto del desiderio di silenzio, altre volte, invece, è opportuno saper reggere una discussione animata e avere la capacità di mettere un freno a una situazione che può essere pericolosa. Ma ciò che è più utile per un adolescente è sentire che i suoi genitori ci sono, sono presenti e non scapperanno di fronte alle sue intemperanze, né si irrigidiranno in modo eccessivo.

Il punto focale è essere fermi rispetto ai valori e alle regole che si ritengono fondamentali ma anche flessibili per affrontare e a insegnare ad affrontare il cambiamento.

È molto importante la capacità di riconoscere e accogliere i cambiamenti che stanno avvenendo nei figli e riadattare l’immagine che si ha di loro, in modo da svolgere una funzione molto importante in questa fase della vita: la funzione di rispecchiamento, che permette ai figli di potersi riconoscere nello sguardo e nelle interazioni con i propri genitori. In parte infatti sviluppiamo il senso di noi stessi proprio vedendoci rispecchiati negli occhi degli altri, vedendo come gli altri reagiscono a noi, connettendoci con le emozioni che sentiamo di suscitare in loro.

I genitori devono quindi accogliere il figlio cresciuto, mantenendo sempre dentro di sé l’immagine del bambino che ben conoscono in modo da non farsi spaventare o scoraggiare dalle nuove modalità.

Per l’adolescente è fondamentale sapere che i genitori hanno fiducia in lui anche quando le cose non vanno alla perfezione, come lui o loro vorrebbero. Il fatto di vedere riflessa negli occhi dei genitori un’immagine positiva di sé è un bene prezioso, talmente prezioso da rappresentare una base sicura, un buon nutrimento per l’autostima e la fiducia in sé e anche un rinforzo della capacità di fare scelte giuste in futuro.

Questo non significa chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà ma sapere che queste possono essere affrontate; occorre sempre ricordare che anche una situazione complessa e negativa può essere temporanea.

Fatta questa premessa generale, valida per affrontare tutti i tipi di difficoltà che coinvolgono la relazione tra genitori e figli andiamo a vedere gli aspetti più specifici relativi alla scuola.

La scuola è un’agenzia di socializzazione fondamentale, un luogo nel quale si possono sviluppare contemporaneamente aspetti cognitivi, emotivi e relazionali.

Possiamo senz’altro dire che un ragazzo che resta al di fuori del ciclo di scolarizzazione obbligatoria, oggi, può essere definito un cittadino dimezzato, che gode dei diritti civili ma avrà probabilmente una situazione precaria dal punto di vista sociale e lavorativo.

A scuola i ragazzi possono incontrare modelli adulti differenti dai loro genitori, e soprattutto confrontarsi con i coetanei in un contesto protetto. Dall’appartenenza scolastica deriva il ruolo sociale attribuito a chi attraversa l’adolescenza: il ruolo di studente, aspetto costituivo fondamentale in questa età. Molto spesso se si chiede ai ragazzi di definirsi, diranno di sé che sono degli studenti, definizione valida per tutte le età e per entrambi i generi.

La scuola è vista dai ragazzi come un mezzo utile per arrivare all’inserimento lavorativo e per l’emancipazione personale, ma è anche considerata uno dei percorsi più difficili da affrontare.

Uno degli aspetti che maggiormente influiscono sul clima psicologico della classe è la natura della relazione tra insegnanti e studenti. Gli insegnanti, come detto sopra, sono dei modelli adulti differenti da quelli genitoriali, proprio per questo molto utili per allargare le alternative di scelta con cui identificarsi. È molto importante il fatto che gli insegnanti non siano legati in modo affettivamente intenso ai ragazzi come i loro genitori, per questo sono in grado di fornire modelli sociali psicologicamente meno invischianti e più utili per la costruzione della propria identità in adolescenza. Un altro aspetto molto importante è legato al fatto che è proprio a scuola che i ragazzi mettono in atto le prime trasgressioni verso le regole istituzionali: assenze all’insaputa dei genitori, fumare in bagno, non fare i compiti ecc, e grazie a questo imparano anche a conoscere e subire le sanzioni legate alla violazione delle prime regole sociali.

Essendo un contesto nel quale si sviluppano processi e si costruiscono relazioni, spesso diventa il luogo nel quale i ragazzi manifestano il loro disagio.

Il disagio scolastico è un fenomeno legato alla scuola, come luogo di insorgenza, ma che non può prescindere da variabili personali e sociali, come le caratteristiche psicologiche, il contesto familiare e culturale in senso più ampio. Si esprime in una varietà di situazioni problematiche che possono causare insuccesso scolastico e disaffezione alla scuola.

Visto il suo carattere composito e multifattoriale appare necessaria una lettura sistemica, che vada oltre la definizione, univoca e statica del disagio e si incentri sui significati che questo può assumere. L’essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente coinvolto nella relazione con altri esseri umani, sempre impegnato ad attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa. Appare dunque chiaro come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui il ragazzo è parte.

I ragazzi si trovano a muoversi tra due importanti punti di riferimento ed è fondamentale che tra questi ci sia un dialogo.

Se scuola e famiglia collaborano il ragazzo si sentirà contenuto e, anche se mette in atto modalità di contestazione, avrà la certezza che c’è qualcuno che si preoccupa per lui e che ci tiene al suo futuro. Se non c’è collaborazione tra le figure adulte, che in questa fase sono le più importanti, è molto probabile che di fronte ad una difficoltà sia facile per il ragazzo deresponsabilizzarsi e attribuire la causa dei problemi alla scuola, soprattutto agli insegnanti.

I ragazzi non lo fanno con malignità, è un naturale processo umano (dal quale non siamo esenti nemmeno noi adulti) che fa sì che, quando si percepisce che tra due persone o sistemi organizzativi c’è una difficoltà, si crea lo spazio nel quale infilarsi e stare, ottenendo l’obiettivo non esplicitamente perseguito di estremizzare le difficoltà iniziali. È lo stesso fenomeno che si presenta quando c’è un conflitto forte tra i due genitori e si creano in famiglia alleanze e coalizioni tra un figlio e un genitore contro l’altro genitore.

La soluzione al problema posto da Manu non è dunque semplice e lineare ma comprende diversi livelli d’azione.

È certamente corretto il porsi in una posizione di ascolto e rispetto dei figli, cercare di comprendere cosa stanno vivendo e se ci sono delle difficoltà per le quali c’è bisogno anche del supporto di un adulto. Manu stessa ha sperimentato che il polso troppo duro non serve. È corretto anche il non focalizzarsi solo sulla scuola perché per i ragazzi è fondamentale sentirsi presi in considerazione dai propri genitori nella propria totalità e non “solo in quanto studenti”.

È dunque fondamentale vedere e riconoscere ciò che di positivo ha un figlio e dimostrare di avere fiducia in lui.

Un altro aspetto importante è provare a costruire un dialogo con gli insegnanti, perché probabilmente, anche se in modo involontario, a loro arriva il messaggio di squalifica che i genitori sentono nei loro confronti. Questa modalità porta ad un irrigidimento delle proprie posizioni e ad una chiusura da entrambe le parti e a farne le spese sono sempre i ragazzi.

Rispetto alla domanda specifica di cosa fare per la scelta della scuola superiore  ci sembra importante che la  ragazza abbia espresso il suo desiderio e la sua posizione. Un desiderio che, tra l’altro, non è quello di scegliere la strada più comoda, e che contiene in sé la volontà di affrontare le proprie temporanee difficoltà. Ci viene in mente che si potrebbe approfittare di questo momento importante per proporre agli insegnanti di inserire un progetto di orientamento per i ragazzi, con un professionista che li aiuti a capire qual è la scelta più adeguata a loro sulla base di elementi concreti come i valori, le attitudini, gli interessi, la motivazione ecc. Una proposta di questo tipo, magari concordata con gli altri genitori, agisce su due livelli: la possibilità di costruire una sinergia con gli insegnanti e la volontà di aiutare i propri figli a fare scelte consapevoli per il proprio futuro.

Se la scuola non avesse questa possibilità si può pensare di farlo fare ai propri figli anche individualmente, non si tratta di una psicoterapia, ma di un lavoro di sostegno e orientamento che può tranquillamente essere svolto in pochi incontri e che può aiutare, da un lato il ragazzo a chiarirsi le idee e capire davvero cosa vuole fare e, dall’altro, anche i genitori a fidarsi con più serenità delle scelte dei propri figli.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

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Continua la nostra collaborazione con la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente.

Questo mese parleremo dei problemi scolastici in adolescenza e lo faremo a partire dalle domande e dalle riflessioni dei genitori.

Venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

“Questo mese con le nostre psicologhe dello Studio Psynerghia   per la rubrica Figli al centro  parleremo di un argomento che preoccupa tantissime famiglie: i problemi scolastici in adolescenza.

Il momento più critico per noi è stata la seconda media, o meglio, il momento di cambio, perché le criticità grosse sono arrivate ora che mia figlia è in terza media.

Una ragazzina indipendente, capace, che sebbene continuasse a dichiarare che “non voleva andare a scuola e che non le piaceva studiare”, come si suol dire “faceva il suo dovere”. E lo faceva abbastanza bene.

La situazione a scuola: il corpo docente fa acqua da più parti: poca professionalità, poca voglia di lavorare, di insegnare e nessuno stimolo per i ragazzi. Eccezion fatta per l’insegnante di matematica, gli altri professori sono arrivati addirittura ad abbassare il livello di difficoltà delle verifiche cosicché i voti risultino più alti, ma la preparazione si abbassa sempre di più. Nonostante questo mia figlia passa dal 9 in matematica e scienze (dove c’è un’insegnante capace) a insufficienze gravi e continue in altre materie.

Con insegnanti di questo tipo non c’è alcuna possibilità di collaborazione e di dialogo. Quindi noi genitori dobbiamo cavarcela da soli.

I problemi scolastici in adolescenza diventano ancora più grandi quando sei solo.

Mia figlia fino alla prima media ha avuto degli insegnanti eccellenti, ora tutto è cambiato. Le spieghiamo che questa è la vita, che deve studiare per se stessa; ma forse è un po’ presto per una ragazzina di 13 anni capire che se un adulto “se ne frega” di fare il suo dovere perché un ragazzino dovrebbe fare diversamente?

Tantissimi genitori come me hanno problemi scolastici in adolescenza che iniziano a quest’età e non si sa quando finiranno.

I nostri figli troveranno sempre insegnanti incapaci e demotivati e loro dovranno trovare le motivazioni in loro stessi. Ma come? Dirglielo e ripeterglielo non serve o non basta.

L’incapacità dei professori e le carenze della scuola non possono diventare un alibi per il calo di rendimento.

Come provare a risolvere i problemi scolastici in adolescenza?

Noi abbiamo iniziato con le punizioni: via il cellulare, via la televisione. Ho pronunciato la fatidica frase “Se non studi, allora lavori” dandole dei lavoretti da fare in casa. Le abbiamo dato 15 giorni di tempo per dimostrarci il suo nuovo impegno. Risultato? Quasi nullo. Il tutto corredato dalle solite bugie di come le insufficienze non fossero colpa sua.

Abbiamo provato con le cattive e poi siamo passati al dialogo e al confronto. Per risolvere i problemi scolastici in adolescenza abbiamo pensato ad un approccio che non andasse diretto al problema scuola, ma abbiamo puntato sul darle fiducia, sul riconoscere le sue capacità.

In questi giorni dobbiamo scegliere anche la scuola superiore. Mia figlia vuole fare il Liceo, ma adesso i suoi risultati sono così bassi che è a rischio bocciatura. Gli insegnanti le hanno consigliato l’Istituto Tecnico. Lei parla di scelta importante per il suo futuro, di responsabilità, ma poi di fronte ai fatti non studia. Il suo problema è che non è interessata a quelle materie, quindi si distrae e non riesce a studiare.

Le abbiamo fatto molte domande e ci siamo fatti molte domande.

Spesso i problemi scolastici in adolescenza dipendono da “qualcosa che è successo” che ha alterato i vecchi equilibri. Ne abbiamo parlato con nostra figlia: prima lasciandola riflettere a ruota libera e quando non è emerso nulla abbiamo cercato di instradarla verso ipotetici problemi con le compagne, i professori o altro. Nulla, non è successo niente.

E se invece ci fosse qualcosa che non ci dice?

Io credo di no. Ma io sono la mamma e come sempre i genitori sono gli ultimi a sapere le cose. Però mi domando anche

“Chi meglio di me può conoscere mia figlia?”

Il nostro è un bel rapporto, ma nessun ragazzo si confida con i genitori …

Lei è la secondogenita e l’abbiamo sempre ritenuta molto sveglia e indipendente, sia perché i “secondi” imparano dai maggiori che per la sua personalità. Pur consapevoli dei suoi punti deboli abbiamo anche avuto le prove di quanto sapesse essere indipendente e organizzata.

Forse l’abbiamo lasciata troppo sola?

 Ci siamo fidati troppo?

Ora stiamo tornando a controllare tutto: compiti svolti, quaderni, preparazione nelle materie orali, insomma stiamo tornando a quello che non facevamo più dalla 4^ elementare. E’ giusto?

Lei vuole fare il liceo perché ritiene che sia una scuola che la prepara per il futuro. Noi siamo d’accordo con lei, siamo convinti che ne ha le capacità ma abbiamo grandi dubbi sulla sua volontà. Quello che vogliamo soprattutto è che affronti un percorso di studi con serenità e con i giusti stimoli intellettuali.

“Come fai ad affrontare le difficoltà di un liceo se non riesci ad affrontare le difficoltà delle scuole medie? Scegli una scuola più facile”

“Adesso mi impegno”.

Domande e risposte che si rincorrono da giorni. Solo parole e pochissima concretezza.

Gli adolescenti sono un misto di spensieratezza, sogno e superficialità (beati loro): come facciamo a farli stare con i piedi per terra?

Dobbiamo convincerla (sempre che ci riusciamo) a iscriversi ad una scuola più semplice? Dobbiamo farlo noi per lei? O dobbiamo motivarla e diventare noi un po’ più incoscienti? Che genitori saremmo?

Ogni tanto mi chiedo se i problemi scolastici in adolescenza si “risolvono” credendo in ciò che non vediamo. Ma noi, abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli anche da loro stessi.

Sono tante le domande che mi pongo come genitore.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog  ci aiuteranno a trovare alcune risposte e a riflettere sul come fare la cosa giusta.

I problemi scolastici in adolescenza minano la serenità del rapporto genitori-figli, la serenità dell’intero nucleo familiare. Un genitore deve seguire i figli, senza soffocarli e dandogli la possibilità di imparare dai propri errori; fino al punto in cui gli errori non diventano troppo grandi o i figli non si sentono abbandonati. Ma qual è questo punto?”

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La nostra collaborazione con il blog Genitorialmente prosegue e questo mese parliamo di separazione e gestione della relazione con i figli.

 Manu e Flavia ci chiedono di affrontare il tema a partire da tre situazione reali, le storie di tre mamme che stanno vivendo la condizione della separazione e ognuna di loro va incontro a difficoltà differenti.

 

Iniziamo a rispondere alle domande che ci vengono poste partendo da una riflessione:  quando una relazione è in crisi non è mai opportuno restare insieme per i figli.

Molte coppie pensano che restare insieme per il bene dei figli sia la cosa giusta, anche quando una relazione è finita da tempo.

In questo modo si pensa di poter evitare loro dei dolori, un pensiero “a fin di bene” ma che non ha un riscontro nella realtà.

I figli non possono essere sereni e crescere bene in un contesto familiare che si regge sulla finzione.

I genitori sono le figure di riferimento più importanti per i propri figli ed è fondamentale che il rapporto tra loro sia regolamentato da due elementi: sincerità e chiarezza.

Le stesse cose che i genitori si aspettano dai figli devono viverle per primi e insegnarle con il proprio comportamento e non solo con le parole.

La separazione è un momento delicato ma si può gestire: l’aspetto più importante è quello di non coinvolgere i figli nei conflitti della coppia e di comunicare ciò che sta succedendo in modo chiaro e adeguato all’età dei figli.

Manu ci chiede:

  Esiste un’età in cui i figli sopportano meglio la separazione dei genitori?

La risposta è no, perché la variabile che conta di più quando una coppia si separa è la capacità o meno di tenere i figli fuori dal conflitto, di riuscire a dividere gli aspetti che riguardano la  coppia da quelli che riguardano la famiglia.

È vero però che non si può non tenere conto dell’età dei figli nel momento in cui si comunica la separazione e si decide cosa dire ai figli e come farlo.

In ogni età ci sono infatti caratteristiche e compiti di sviluppo tipici  che inevitabilmente possono incrociarsi con l’evento critico separazione.

Ci preme sottolineare che il fatto che sia un evento critico non vuol dire che sia per forza negativo, il termine crisi deriva infatti dal greco e significa decisione, scelta, ed è vero che ogni crisi porta con sé la possibilità di un cambiamento che può anche  migliorare la situazione di partenza. La separazione, se ben gestita, non è in sé problematica, anzi, alcuni figli la vivono con una sensazione di liberazione da una situazione difficile, magari connotata da liti e aggressività.

 Adesso entriamo nel dettaglio delle tre storie di cui ci parla Manu: Selena, Antonella e Federica

 La prima storia è quella di Selena, una donna vittima di violenza , che ha avuto il coraggio di lasciare il marito maltrattante dopo anni di soprusi fisici e psicologici.

Il figlio oggi ha 13 anni e chiede alla madre se sia possibile che un giorno lei e il padre tornino insieme. Lui sa che il padre ha sbagliato ma fantastica comunque un possibile riavvicinamento salvifico.

Manu ci chiede:

Come spiegare a tuo figlio che NO, non puoi proprio farlo tornare?

La risposta a questa domanda sta nella possibilità di Selena di essere sincera con suo figlio, come già ha fatto rispetto all’accaduto, ma di aggiungere un elemento fondamentale: la sintonizzazione affettiva ai bisogni del ragazzo, ovvero il cercare di capire cosa lui stia provando ed empatizzare con questo momento di difficoltà ma rimanendo irremovibile sulla ipotetica riconciliazione.

Selena potrebbe provare ad accogliere le emozioni che il figlio prova, rispecchiandole e inserendo le proprie, con un discorso come questo ad esempio:

“amore mio io capisco che tutto questo sia doloroso per te e mi dispiace, sai che farei tutto ciò che posso per renderti felice, ma questa non sarebbe la cosa giusta e non risolverebbe i tuoi problemi. Sai cosa è successo tra tuo padre e me e sai quanto ho sofferto, come io so quanto anche tu hai sofferto, so che ti manca e posso provare a capire con te cosa ti manca di più. Se vuoi io sono qui con te per ascoltarti, per parlare, anche solo per un abbraccio. Mi addolora ciò che provi ma il fare tornare a casa tuo padre non sarebbe la soluzione”.

Tutto questo comporta il fare i conti con il fatto che non si è sempre in grado di alleviare la sofferenza dei figli e che ci sarà sempre un pezzo di strada che questi devono fare da soli.

La storia di Antonella: Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la rabbia.

Antonella è una donna albanese che vive in Italia da 20 anni, ha due figli di 11 e 16 anni ed è separata da 8 anni.

Nonostante siano passati tanti anni lei vive ancora con difficoltà la sua situazione di donna separata e si chiede come far vivere con meno disagio la separazione ai figli?.

La cosa che più ci colpisce nella sua storia è che i problemi qui non sembrano avere a che fare in senso stretto con la separazione, ma con la presenza di un padre assente.

Antonella vive la difficoltà di svolgere da sola sia la funzione materna che quella paterna, senza poter avere nemmeno il sostegno della sua famiglia d’origine che non vive in Italia.

La situazione non è semplice anche perché, anche in questo caso, bisogna fare i conti con il fatto che i figli vivranno con emozioni contrastanti l’assenza del padre.

Ci preme sottolineare che questa non è una conseguenza diretta della separazione: questo padre non è assente perché c’è stata la separazione, ma perché ha scelto di esserlo e con tutta probabilità lo sarebbe stato anche se i partner fossero rimasti assieme.

Sono tante le coppie in cui uno dei partner deve fare da padre e da madre pur in presenza dell’altro genitore.

Impossibile fare tutto. Quindi da dove incominciare?

Lei ha già cominciato col suo impegno quotidiano, col suo essere sempre presente con i figli ha già gettato delle ottime basi che naturalmente evolveranno giorno dopo giorno con la loro crescita.

È vero è impossibile fare tutto, ma per crescer figli sereni non è necessario fare tutto ma fare le cose giuste, con sensibilità ed empatia, con la capacità di accogliere anche la propria imperfezione e correggere il tiro quando ci si rende conto che si è fatto qualcosa che non è risultato efficace. Il genitore perfetto non esiste e un genitore efficace non è quello che non sbaglia, ma quello capace di apprendere dai propri errori, questa è un’ottima lezione di vita per i figli.

Quando arrivi a casa la sera stanca che cosa non devi fare mai mancare ai tuoi figli?

Crediamo che ciò che non deve mancare ai figli sia la sincerità, nel riconoscimento delle proprie emozioni e di quelle dei figli. Si può dire che si è stanchi e che dispiace non avere le energie necessarie per gestire tutto al meglio sempre.

Lo si può fare se si dimostra la propria presenza nel quotidiano con le cose semplici e con la comprensione degli stati d’animo che stanno dietro i comportamenti dei figli.

 I figli hanno bisogno di genitori, non di supereroi.

Come aiutare i propri figli a gestire la rabbia e il rancore di qualcosa che stanno subendo?

Anche in questo caso la risposta sta nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con loro, capire cosa stanno sentendo e aiutarli a dare un nome alle emozioni è già una forma di aiuto meravigliosa. I figli non hanno bisogno che i genitori si sostituiscano a loro ma che li aiutino a dare un significato alle cose quando non riescono a darlo da soli.

E quando il padre è assente è giusto che i figli si aspettino tutto dalla mamma?

Un genitore deve svolgere il doppio ruolo? Come può farcela?

Come già accennato accade spesso che un genitore si ritrovi da solo a crescere i propri figli, il compito non è semplice ma può farcela se si da il modo di imparare a farlo giorno dopo giorno, affrontando ogni volta sfide differenti che cambiano con la crescita dei figli e con le situazioni che si modificano.

Ogni tanto ci si può chiedere se davvero sono i figli che si aspettano tutto dalla madre o se è la madre stessa che sente di dover fare di più, all’inseguimento di una perfezione che non esiste e di quello scivolosissimo “quello che faccio non basta mai” che sta sempre dietro l’angolo.

Le paure di un genitore che rimane solo sono il doppio; quando tuo figlio si scontra con te è meglio lasciare perdere e aspettare che maturi o invece, proprio perché sei solo, è importante reagire con fermezza in quanto non puoi permetterti di aspettare?

Non c’è una ricetta da seguire per come comportarsi, in queste situazioni la flessibilità educativa può essere una risorsa.

Con flessibilità non intendiamo il fatto che si debba essere permissivi, ma che si possa capire quando essere più permissivi e quando più rigidi a seconda della situazione che si sta affrontando.

Anche qui è fondamentale la capacità di empatizzare con i figli e capire come mai mettono in atto certi comportamenti.

La storia di Federica: Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la calma

Federica, a poco più di un anno dalla separazione si ritrova con due figlie adolescenti di 13 e 15 anni e un padre assente. La situazione a suo dire appare serena “ora loro sono serene e non ci pensano al papà” e Federica non ha domande da fare, è Manu, la mamma blogger di Genitorialmente a farle per lei.

 È chiaro che la serenità è molto difficile da raggiungere per tutti i ragazzi in un’età delicata come quella dell’adolescenza. Ma è possibile che queste due ragazze vivano questa situazione con la “tranquillità” che mi riferisce la loro mamma?

Forse Federica ha ragione; dopo il primo momento di rabbia (la più piccola ha anche avuto qualche problema a scuola) le sue figlie ora stanno vivendo un momento di serenità e questo è un obiettivo importante; ma fino a quando è giusto “fare finta di niente”?

Può essere che, dopo un primo momento di difficoltà le figlie di Federica stiano vivendo un momento di serenità, ma può anche essere che abbiano capito che il papà è un argomento di cui con mamma non si può parlare, non perché mamma non sia disponibile, ma perché molto doloroso per tutti e stiano vivendo in modo da ovattare la situazione. Federica può provare, conoscendo le sue figlie a capire se davvero sono serene o se qualcosa cova sotto la cenere e magari preferiscono non parlare del padre perché in famiglia è un argomento doloroso.

Come già sottolineato nelle risposte sopra, è fondamentale la capacità di capire cosa sentono le ragazze e di provare ad aprire un dialogo anche solo per far capire che, quando vorranno parlare lei sarà lì per loro, ad affrontare un tema che rattrista o fa arrabbiare ma che le riguarda tutte. Ognuna con i propri tempi e coni propri modi.

Come sempre abbiamo cercato di rispondere alle interessanti suggestioni delle mamme di Genitorialmente, senza la pretesa di dare dei consigli a persone che non conosciamo direttamente e nelle vite delle quali speriamo di esserci mosse con delicatezza e umiltà.

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog e Studio Psynerghia

 

 

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Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente, questo mese, per la rubrica FIGLI AL CENTRO, parliamo di separazione in presenza di figli. Oggi pubblichiamo il post con le domande dei genitori e venerdì 2 dicembre ci saranno le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

Come gestire la separazione con figli è l’argomento di questo mese. Le storie di tre donne ci guideranno attraverso i problemi più importanti della separazione con figli. Due psicologhe ci aiuteranno con la loro esperienza a trovare le risorse per gestire questo momento così amaro e complicato

Racconteremo la storia di tre mamme, Selena, Antonella e Federica. Non si può parlare di separazione per “sentito dire”; poiché sarebbe inutile e poco rispettoso nei confronti di chi sta vivendo questa esperienza dolorosa. Saranno le loro domande a prendere voce in questo articolo. Ho scritto volutamente “sta vivendo”, perché non importa se si tratta di mesi o di anni: i problemi della separazione non finiscono mai, si attenuano, si modificano e spesso riflettono le difficoltà specifiche della crescita dei figli.

Molto spesso si sente dire che due genitori, nonostante i problemi, continuano a stare insieme per il bene dei figli. L’unica domanda che io mi permetto di fare alle nostre psicologhe è questa:

Esiste un’età in cui i figli sopportano meglio la separazione dei genitori?

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Selena è vittima di violenza.

Ho raccontato la storia di Selena in un precedente mio post “Un pugno in faccia” (http://www.genitorialmente.it/2014/11/violenza-alle-donne/) Selena mi racconta di come suo figlio, che purtroppo ha vissuto alcune scene di violenza del padre, oggi sia arrabbiato con lei. Non è una rabbia che esplode, è un “non detto”. Lui capisce che se ami una donna non puoi farle del male. Ma poi le cose passano e così ora che Luca non assiste più agli scatti di violenza del padre, al suo menefreghismo, alle sue ripicche, oggi dice a sua mamma

“Anche i genitori di Andrea si erano separati, ma poi sono tornati insieme. Magari tornate insieme anche voi”

Selena si confronta con lui.

“Se ami una persona non puoi farle male”.

Come spesso accade il male fisico è arrivato dopo anni di violenze psicologiche.

Luca capisce, ma poi le dice “Mamma hai ragione, ma non puoi farlo tornare?”

…. non puoi farlo tornare…

In fondo un ragazzino di 13 anni “prova a dimenticare” quello che ha visto, e alla fine, ai suoi occhi è la mamma che ha mandato via il papà.

Come spiegare a tuo figlio che NO, non puoi proprio farlo tornare?

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la rabbia.

Antonella è separata di circa 8 anni, ma i problemi non finiscono mai, ha due figli: uno di 11 anni e l’altro di 16.

Da 8 anni si interroga sulla prima domanda che ogni genitore si pone.

Come far vivere con meno disagio possibile la separazione ai figli?

Antonella è albanese e da circa 20 anni è in Italia. Da sempre lei ha dovuto fare da padre e da madre; il suo è un marito assente. Lei ha dovuto pensare al sostentamento della sua famiglia; lei ha dovuto da sola essere vicina ai suoi figli, con tutte le problematiche della crescita e la difficoltà in più di arrivare da un altro Paese.

Impossibile fare tutto. Quindi da dove incominciare?

Quando arrivi a casa la sera stanca che cosa non devi fare mai mancare ai tuoi figli?

Come aiutare i propri figli a gestire la rabbia e il rancore di qualcosa che stanno subendo?

E quando il padre è assente è’ giusto che i figli si aspettino tutto dalla mamma?

Un genitore deve svolgere il doppio ruolo? Come può farcela?

Antonella vive una sfida continua soprattutto con suo figlio grande.

Le paure di un genitore che rimane solo sono il doppio; quando tuo figlio si scontra con te è meglio lasciare perdere e aspettare che maturi o invece, proprio perché sei solo, è importante reagire con fermezza in quanto non puoi permetterti di aspettare.

Se mi dimostro permissiva, le abitudini sbagliate potrebbero consolidarsi e mio figlio potrebbe prendere una brutta strada; ma se intervengo con decisione il nostro rapporto potrebbe rompersi definitivamente.

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la calma.

Federica ha due figlie di 13 e 15 anni. Ora ha trovato l’equilibrio e anche le sue figlie ora stanno bene. Questo è quello che lei mi racconta a poco più di un anno dalla separazione.

Lui dov’è? Assente, totalmente assente. Anche quando la figlia più piccola ha dovuto affrontare una piccola operazione alla mano, lui è comparso solo per la firma dei documenti necessari e si è limitato ad un messaggio WhatsApp per chiedere “Come stai?”

Federica è arrabbiata, per tutto il passato e per la sua assenza; ma non ha intenzione di fare più niente per avvicinare il papà alle sue figlie perché “ora loro sono serene e non ci pensano al papà”.

Federica non ha domande da fare perché ha già le risposte; le sue risposte. Allora faccio io le domande al suo posto.

E’ chiaro che la serenità è molto difficile da raggiungere per tutti i ragazzi in un’età delicata come quella dell’adolescenza. Ma è possibile che queste due ragazze vivano questa situazione con la “tranquillità” che mi riferisce la loro mamma?

Forse Federica ha ragione; dopo il primo momento di rabbia (la più piccola ha anche avuto qualche problema a scuola) le sue figlie ora stanno vivendo un momento di serenità e questo è un obiettivo importante; ma fino a quando è giusto “fare finta di niente”?

Come gestire la separazione con figli, e i papà? Abbiamo portato l’esperienza di tre mamme, non ce ne vogliano i papà, saremmo felici di raccontare anche “l’altro punto di vista”, quindi se qualcuno ci vuole contattare e raccontare la sua esperienza, vi aspettiamo.

 

 

Ringrazio lo Studio di psicologia Psynerghia e il blog PsyBlog che mercoledì risponderanno a questo post cercando di dare dei consigli ai genitori che stanno vivendo questo momento così difficile.

Se reputi interessante quello che hai letto; condividilo con chi ha figli adolescenti e proviamo insieme a rendere questo mondo migliore. Cliccando su Figli al centro parliamo di autostima, dialogo, differenze fra i figli e altro ancora.

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Quando si parla della relazione genitori-figli gli approcci pedagogici si dividono tra coloro che ritengono che i genitori debbano essere amici dei figli e coloro che pensano che questo sia un modello pedagogico distruttivo che può portare alla mancanza di rispetto e al crollo dei valori della società contemporanea.

Forse tra questi due estremi esiste un’altra possibilità.

Io sono fermamente convinta che bambini, adolescenti e adulti siano individui di pari dignità, e che questo sia un principio fondamentale di cui tenere conto anche quando si tratta di parlare della relazione tra genitori e figli.

Avere pari dignità non significa mettere tutti sullo stesso livello, il concetto di pari dignità, infatti è differente da quello di uguaglianza[1].

Pari dignità nelle relazioni significa rispetto per la dignità e per l’integrazione personale di entrambe le parti: genitori e figli.

Secondo questo principio ciò che i figli, bambini e adolescenti, esprimono è importante per la relazione esattamente quanto ciò che esprimono gli adulti/genitori.

Questo non significa che genitori e figli siano uguali e che si debbano annullare i confini tra i sottosistemi genitoriale e filiale.

I confini tra i sottosistemi devono essere definiti e deve essere chiaro il ruolo differente che i genitori hanno rispetto ai propri figli: un ruolo di educazione e di guida in modo che i figli possano crescere in modo sano imparando ad affrontare i compiti di sviluppo tipici di ogni fascia d’età.

Il principio della pari dignità non mette in discussione questo importante ruolo di guida, ma sottolinea che la relazione deve essere una relazione di qualità.

Le ricerche confermano che le famiglie più felici sono quelle nelle quali i genitori “prendono sul serio i figli”, li rispettano e li stimano come individui e ne prendono sempre in considerazione il punto di vista, anche quando devono essere prese delle decisioni importanti che riguardano la famiglia.

I genitori emotivamente competenti tengono sempre conto dei bisogni e dei desideri dei figli e lo fanno con modalità compatibili con l’età e il livello di comprensione e di sviluppo emotivo degli stessi.

Quando nelle famiglie le relazioni vengono improntate al rispetto reciproco e alla reciproca stima si crea anche una maggiore vicinanza emotiva tra i diversi componenti. In queste situazioni i genitori hanno l’impressione che le loro strategie educative siano più efficaci e i figli, a loro volta, si sentono accuditi, accolti e contenuti emotivamente, esattamente il contrario di ciò che avviene quando vengono lasciati “al potere”.

Cosa ne pensate?

Maria Grazia Rubanu

In foto: Armonia silenziosa – Gelsomina De Maio


[1] Jesper Juul, Lafamiglia è competente, Feltrinelli, Milano, 2010

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Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente, il tema di questo mese è particolarmente attuale, si tratta infatti del sexting, un fenomeno in crescita nel web, purtroppo anche tra gli adolescenti.

I genitori ci chiedono come affrontare questo tema con i loro figli adolescenti e come poterli proteggere dai rischi legati a questo tipo di condotte.

Come sempre prima di provare a rispondere alle domande, proviamo a riflettere insieme sul tema e sulle dinamiche sottostanti.

Definizione, sviluppi e rischi correlati

La parola sexting è un neologismo, nato dalla crasi tra le parole sex e texting e consiste nel produrre e condividere messaggi, immagini o video a contenuto sessuale, tramite cellulari, tablet e pc.

Il rituale è ben definito e prevede che, prima di tutto, ci si scatti una foto o si giri un video in pose provocanti o situazioni compromettenti e poi lo si invii tramite social network o programmi di messaggeria istantanea.

Il fenomeno è recente e in pochi anni si è diffuso tantissimo, non solo tra gli adolescenti, come abbiamo visto anche leggendo gli ultimi fatti di cronaca.

Si tratta di una situazione che spesso inizia in forma più o meno ludica e che poi sfugge di mano alle persone che la mettono in atto.

Fin troppo spesso accade, infatti, che una foto o un video mandati alla persona con cui si ha una relazione in quel momento, finiscano poi in un giro di scambi di messaggi e condivisioni che diventeranno deleteri per chi viene fotografato o ripreso.

In adolescenza, gli innamoramenti nascono e spesso finiscono in modo repentino e non è infrequente che per vendetta, la persona lasciata faccia poi girare una eventuale foto incriminata.

È quello che è successo a Gaia, 15 anni, che durante la storia d’amore con Pietro gli aveva inviato una sua foto a seno nudo. Dopo qualche mese Gaia ha lasciato Pietro, e lui, ferito nell’orgoglio, ha pensato di condividere quella foto con i suoi amici e i compagni di classe di Gaia per vendicarsi dell’affronto subito.

In questo caso la situazione, già compromessa, è stata rapidamente bloccata dalle amiche di Gaia, che ne hanno parlato con gli insegnanti e i genitori della ragazza, i quali hanno subito messo in atto degli interventi su più livelli. In altri casi, purtroppo, le cose sono andate molto peggio, con esiti spesso nefasti.

Basti pensare alle conseguenze letali della diffusione del video di Tiziana Cantone, che era una donna e non un’adolescente. Possiamo solo rabbrividire al pensiero di cosa può accadere a dei ragazzi che ancora non hanno gli strumenti per difendersi dalla violenza generata da simili atti, soprattutto se si sentono soli e non hanno il coraggio di parlarne con gli adulti di riferimento.

È di pochi giorni fa la lettera straziante scritta dal padre di Carolina Picchio, la ragazzina di 14 anni che si è suicidata dopo la diffusione di un video girato a sua insaputa da dei coetanei. Un video che ha ottenuto 2600 likes, dato sul quale Paolo Picchio ci fa riflettere, perché non ci sono solo i protagonisti che vengono fotografati o filmati e coloro che diffondono qualcosa che dovrebbe restare privato (nel caso di Carolina il video è stato girato a sua insaputa e lei era in stato di incoscienza) ma anche tutti coloro che si sentono esulati da ogni responsabilità in quanto “semplici spettatori”.

Ma perché i giovani lo fanno?

I motivi possono essere diversi: ci si può fare una foto o un video sexy per attirare l’attenzione, per avere visibilità agli occhi dei coetanei, per mostrarsi coinvolti in una relazione e così via… Per molti ragazzi è quasi una sorta di preliminare all’attività sessuale vera e propria.

Il tutto diventa un problema quando le immagini o video vengono condivisi con altre persone.

In chat si può fingere di essere molto diversi da come si è, si ha la possibilità di costruire delle identità alternative che appaiono più desiderabili, meno imperfette, più vicine all’ideale che ci si costruisce di sé. Tutto questo alimenta le fantasie e il bisogno di eccitazione di adolescenti e preadolescenti che trovano in questa modalità una “specie di palestra in cui misurarsi con l’immagine del loro corpo sessuato, e con l’imbarazzo che suscita l’idea di condividerlo con qualcuno”[1].

Noi adulti non possiamo esimerci da una grande responsabilità: la rappresentazione diffusa di una precoce sessualizzazione soprattutto delle ragazze. Il messaggio che lanciamo con la pubblicità, i programmi televisivi, certi video musicali è che le ragazze, se vogliono avere successo, devono essere sexy e disponibili. Tutto ciò si acuisce in adolescenza, quando con questi criteri si decide chi deve stare dentro e chi fuori dal gruppo.

Le bambine imparano presto che puntare sull’aspetto fisico e sull’immagine è una chiave preziosa per aprire molte porte.

Fattori ambientali e psicologici si uniscono dunque a creare quell’adultizzazione precoce del minore, basata sulla sua erotizzazione che è evidenziabile da quattro elementi:

  1. il valore di una persona è ricondotto esclusivamente al suo sex appeal o al suo comportamento sessuale;
  2. una persona è tenuta a conformarsi ad un modo di pensare che equipara l’attrattiva fisica con l’essere sexy;
  3. una persona è considerata un oggetto sessuale, vale a dire destinata ad essere usata da altri come tale, piuttosto che essere stimata per la sua autonomia e capacità decisionale;
  4. la sessualità è imposta ad una persona in modo inappropriato[2].

Ad ogni adolescente servono adulti di riferimento: ci sono sempre?

Per crescere un bambino ci vuole l’intero villaggio

(Proverbio africano)

Come professioniste ripetiamo spesso che i nostri ragazzi hanno bisogno di un’educazione all’affettività e alle emozioni che noi adulti non gli stiamo dando.

La scuola e la famiglia iniziano a preoccuparsi dell’educazione sessuale quando compaiono i primi allarmi, le prime paure e questo non è funzionale, né efficace.

L’educazione sessuale non può essere soltanto trasmissione di informazioni e contenuti ma deve essere inserita in una cornice più ampia che tenga conto dello sviluppo emotivo e relazionale, dimensione fondamentale in adolescenza, quando i ragazzi iniziano a definire le proprie scelte personali e sociali.

Si tratta di un percorso in cui scuola e famiglia, in quanto agenzie di socializzazione primarie, dovrebbero essere unite in sinergia nel prestare attenzione allo sviluppo dell’educazione socio-affettiva, in modo da favorire un processo di autoconsapevolezza che sostiene la costruzione di una buona autostima e quindi del rispetto di se stessi e degli altri.

L’adolescenza viene attraversata da molti cambiamenti fra cui quello della dimensione sessuale, che non è una sfera a sé, ma fa parte dell’identità complessiva del ragazzo, comprendendo elementi fisici e psicologici.

Educare alla sessualità vuol dire unire agli aspetti legati all’identità corporea, tutti gli elementi psico-sociali che ne sono parte integrante.

La cornice di riferimento è quella dell’educare al rispetto di sé, della propria persona e immagine e di quella altrui, della diversità come espressione della personalità individuale.

L’obiettivo di tutti gli adulti che hanno a che fare con gli adolescenti deve essere quello supportare i ragazzi nello sviluppo di una dimensione relazionale, affettiva e sessuale che preveda tappe e azioni differenziate a seconda dell’età e del grado di sviluppo emotivo del ragazzo. Il sesso non sarà allora una dimensione a se stante, ma parte della struttura e dell’identità dell’individuo.

Cosa possono fare i genitori?

La comunicazione e il dialogo sono sempre fondamentali, soprattutto quando si tratta di educazione affettiva ed emotiva.

Non è facile trattare questi temi, ma come sempre non possiamo pretendere che i ragazzi si fidino di noi adulti se sentono i nostri tabù e le nostre paure. È quindi indispensabile armarsi di chiarezza e ascolto e affrontare l’argomento.

È molto importante che i ragazzi sappiano quali sono i rischi che stanno dietro al sexting.

Si tratta di un atto che può compromettere la propria reputazione anche nel futuro. I danni immediati possono avere a che fare con l’umiliazione e l’esclusione, quelli futuri con il fatto che esponendosi a foto o video “bollenti” si diventa ricattabili anche nel lungo termine. È importante riflettere con i propri figli sul fatto che ciò che facciamo oggi ha delle conseguenze sul nostro futuro e una situazione che oggi appare divertente poi può diventare molto pesante; immaginiamo qualcosa di molto intimo che diventa di dominio pubblico.

Ciò che viene pubblicato in rete, rimane intrappolato nella rete, disponibile a chiunque voglia accedervi: familiari, coetanei, ma anche futuri datori di lavoro. Su internet nulla si cancella e tutto resta, come un’impronta digitale.

È importante che i ragazzi sappiano che possono andare incontro anche a conseguenze penali, possedere immagini di minorenni può esporli al rischio di un procedimento penale e quindi al reato di detenzione e/o diffusione di  materiale pedopornografico.

È importante ragionare con i ragazzi su questi temi, perché la modalità immediata di “un risultato in un click” alla quale sono abituati, porta con sé dei rischi molto gravi ai quali è difficile pensare per un adolescente, il quale non sempre riesce a considerare nell’immediato le conseguenze che potrebbe avere un’azione di questo tipo.

Per tale motivo diventa fondamentale lavorare sulla prevenzione, parlando con i propri figli dei rischi che si corrono e aprendo un dialogo su cosa loro ne pensino, quali siano le loro idee, magari usando come spunti di riflessione dei film o delle notizie sentite al telegiornale.

È importante ascoltare le loro opinioni e costruire delle discussioni e dei momenti di confronto, anche perché spesso i ragazzi vivono la percezione del rischio con il cosiddetto “ottimismo irrealistico”, ovvero col pensiero che “a me questa cosa non può capitare”, lo stesso ottimismo irrealistico che pervade anche alcuni genitori nel dire con troppa superficialità “mio figlio non è come gli altri, lui queste cose non le fa!”.

Tutti i ragazzi sono a rischio, in questo ambito come in molti altri.

I ragazzi, inoltre, dovrebbero essere monitorati quando stanno in rete. La rete è un mondo vasto e pericoloso per il quale si ha bisogno di una guida, fino a quando non si sarà in grado di conoscerne e controllarne i rischi autonomamente.

La rete non è un mondo a misura di bambino o di adolescente, quindi i genitori per primi devono essere in grado di muoversi in questa realtà complessa e variegata.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog

Psynerghia – Studio di psicologia


[1] Pellai A., Tutto troppo presto, De Agostini, Novara, 2015

[2] American Psychological AssociationReport of the APA Task Force on the Sexualisation of the Girls, 2007 www.apa.org

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Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente, questo mese il tema è di particolare attualità: si parla di Sexting.

In questo post le riflessioni e le domande dei genitori e venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

Sexting e adolescenti un fenomeno in crescita che fa paura. Capiamo cosa è come parlarne con i nostri adolescenti. Esibizionismo, gioco, superficialità possono portare anche alla morte.

È da un po’ di tempo che voglio chiedere consiglio alle nostre esperte psicologhe sul come parlare di sexting a un adolescente senza scatenare in lui l’effetto opposto, ovvero la curiosità, invece che il rifiuto di questo tremendo fenomeno. I mesi passano e mi rendo conto che i nostri figli crescono più velocemente di quanto ci aspettiamo, il problema è superato. Ormai il fenomeno del sexting è così diffuso che io non rivelo assolutamente nulla di nuovo a mia figlia.

È proprio di questo mese la notizia di una ragazza che si è uccisa stanca della gogna mediatica a cui è stata sottoposta a causa di un video hot pubblicato dal suo ex fidanzato.

Sexting e adolescenti. Che cos’è il sexting?

Il termine sexting è un neologismo che deriva dall’unione delle parole inglesi “sex” (sesso) e “texting” (scrivere un testo). Il Sexting è la condivisione di immagini o video a sfondo sessuale. Il rischio del sexting è che tali immagini anche se inviate a un amico in realtà spesso si condividono in rete in modo incontrollato. Nel 30% dei casi (dati registrati da SOS Stalking) le foto vengono utilizzate per ricattare le vittime, chiedendo denaro, favori sessuali o, in alcuni casi, se si tratta di compagni di scuola, anche versioni di latino o greco (Ma al liceo non ci dovrebbero essere solo “bravi ragazzi”? Mi permetto di dirlo perché spesso questo è il pensiero comune).

Sexting e adolescenti. Motivi e numeri.

Perché il sexting è così diffuso tra gli adolescenti? Questi sono i principali motivi

  • Superficialità: Il 41,9% non ci vede nulla di male (1)
  • Esibizionismo: il 22% invia foto sexy per attirare l’attenzione su di sè (2)
  • Gioco: il 23% ha ammesso che ha scambiato foto a sfondo sessuale per scherzo (2)
  • Fiducia il 16 % si fida della persona a cui ha inviato il materiale via cellulare (1)

Dal dicembre 2012 a oggi, in Lombardia è stato registrato un aumento delle denunce relative al sexting pari al 35%.

Questo è il mondo in cui viviamo. Ecco perché è importante parlarne. E i genitori?

Sexting e adolescenti. Il ruolo dei genitori

Solo il 10% dei genitori sa cosa è il sexting e almeno nel 50% dei casi i genitori sarebbero pronti a garantire che i figli non farebbero mai nulla di simile.

È da miopi credere che ai nostri figli non succederà mai. Quando penso alle mie figlie, io non mi sento di dire “NO le mie figlie questo o quello non lo faranno mai”. Sono delle brave ragazze e io cerco di essere presente sempre (che vuol dire essere anche ogni tanto assente); ma noi genitori siamo solo una parte del loro mondo. Una parte importante, ma solo una parte. Io sono qua per accompagnarle nella loro crescita. Tutti noi siamo semplici esseri umani con le nostre debolezze, se loro fanno un errore il mio primo compito come genitore è aiutarle a non fare il secondo.

Noi genitori cosa possiamo fare?

Parlargli. Certo noi gli diciamo che non si fa, che ci vuole rispetto per se stessi, i pericoli della rete, bla bla ….  loro ti ascoltano, ma poi? I numeri sono altri, troppo alti e in aumento.

A questa età gli ormoni sono più forti di tutto?

Sentirsi accettati e belli è importante fino a questo punto?

È inutile sperare che i nostri figli non sbaglino. I nostri figli sbaglieranno. Ma ci sono degli errori che hanno un prezzo molto alto da pagare. Ecco, quegli errori lì, vorremmo proprio che non li facessero. Tanti di questi errori sono legati al sesso.

Sexting e adolescenti. Le domande dei genitori

Queste sono le domande che pongo alle nostre psicologhe.

  • Perché il sesso li fa sentire grandi?
  • Come spiegare che un adolescente che fa sexting non sembra più grande ma solo più sprovveduto e stupido?
  • Come fargli capire che fare sexting vuol dire sporcarsi e non far vedere la propria bellezza?
  • Come parlarne con loro?

Come al solito non so da dove incominciare.

Perché la voglia di esibirsi c’è, è inutile negarlo. Le gonne si accorciano, le magliette anche e diventano più attillate, una volta finiva lì. Anche noi lo facevamo, magari ci cambiavamo nei bagni o ci truccavamo di nascosto. Oggi la parte nascosta è subdola, pericolosa e corre velocissima in rete.

Questi ragazzi (e anche i genitori) vivono con la sindrome dell’infallibilità che li porta a pensare che a loro non succederà nulla. In quest’epoca dove tutto si muove nel web vorrei la password per entrare nella testa di questi adolescenti ed essere ascoltata, almeno un po’.

Ringrazio lo Studio di psicologia Psynerghia e il blog PsyBlog che collabora con noi e venerdì con il loro post ci aiuteranno con le loro risposte a trovare la password.

Manu – Genitorialmente.it

 

Se reputi interessante quello che hai letto; condividilo con chi ha figli adolescenti e proviamo insieme a rendere questo mondo migliore. Cliccando su Figli al centro (http://www.genitorialmente.it/tag/figli-al-centro/)  parliamo di autostima, dialogo, differenze fra i figli e altro ancora.

 

(1)     Ricerche condotte in questi anni da Telefono Azzurro (http://www.azzurro.it/it/search/node/sexting)

(2)     Ricerca condotta per “Una vita da social”

 

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Continua la collaborazione con il blog di genitori Genitorialmente.

Questo mese l’argomento di cui parleremo è:

Come parlare con i figli adolescenti.

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.

Io credo fortemente nella comunicazione, nella vita privata come nel lavoro, ritengo che solo parlando si può capire, conoscere, fare delle scelte. e crescere.

Ricordo che ho iniziato a parlare alle mie figlie quando erano in grembo, ho continuato quando erano in carrozzina e non ho mai smesso. Si dice che se vuoi che i tuoi figli ti raccontino la loro giornata, la loro vita, tu devi raccontargli la tua.

Io ho sempre fatto così, ma devo dire che ha funzionato a metà, ovvero ha funzionato con la mia seconda figlia ma non con la prima, quindi credo che alla fine sono i nostri ragazzi che decidono se parlarci, quando parlarci e cosa dirci.

Parlare con i figli per me è, come si dice, una fissa.

Cosa fare quando un figlio non parla?

Ci sono quei ragazzi che io definisco i “finti chiacchieroni”, non smettono mai di parlare, vieni travolto da un mare di parole, ma se rifletti su quello che ti stanno dicendo ti accorgi che di sé non ti raccontano nulla, ti parlano degli amici e di tutto il resto.

Poi ci sono gli introversi, come parlare con i figli se sono timidi o introversi? In questo caso la difficoltà è doppia.

I genitori parlano, chiedono, suggeriscono, ma dall’altra parte ci sono risposte a monosillabi.

Come fare a parlare con i figli?

Spesso altri genitori mi chiedono perché io ci tengo così tanto al dialogo, “Lascia stare la tue figlie, devi avere pazienza, devi aspettare che questi anni passano”.

Devo stare ferma ed aspettare che passi l’adolescenza? Mi sembra così assurdo.

E’ arrivato così un giorno che ho rivolto a me stessa questa domanda:

    Perché per me il dialogo con le mie figlie è così importante?

 

Sembra una domanda scontata, ma in realtà non lo è. La prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.

C’è un’età in cui i nostri figli vogliono sperimentare, fare le loro esperienze, so che sbaglieranno, non mi spaventano gli errori, mi spaventano i grandi errori.

Credo che un dialogo aperto possa prevenire qualche errore, ma soprattutto, come dico alle mie figlie

Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.

Come genitori non possiamo aspettarci che i nostri figli vengano a parlarci proprio quando l’hanno combinata grossa. L’unica possibilità che abbiamo è di costruire giorno per giorno un dialogo basato sulla fiducia e sul confronto.

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

Come parlare con i figli o come interpretare i loro silenzi?

Sarò limitata, ma quando mi dicono che anche il silenzio ha un significato, mi viene da dire che il silenzio ha un significato per chi normalmente parla, ma per chi invece non parla normalmente, il silenzio è solo il suo normale modo di essere, o no?

Quando parli con tuo figlio adolescente spesso vedi “il vuoto” nel suo sguardo, ti accorgi che non ti ascolta, ma noi genitori andiamo avanti imperterriti a “dare lezioni”, sarebbe più giusto fermarsi? O è meglio parlare sempre, col rischio di diventare noiosi, perché prima o poi qualcosa percepiscono?

Io credo che il problema sia proprio questo. Come riuscire a costruire un dialogo con i propri figli. Come parlare con i figli senza diventare noiosi e ripetitivi; ma al contrario fare in modo che tuo figlio ti trovi almeno un po’ interessante e degno di attenzione.

Quando nasce un figlio nasce anche un genitore. Poi il figlio cresce e anche noi genitori cresciamo con i nostri figli. Le nostre esperte psicologhe di PsyBlog e  Studiopsynerghia ci aiuteranno  in questo cammino a trovare le risposte ai nostri dubbi.”

Manu del blog Genitorialmente

Le nostre risposte arriveranno mercoledì prossimo.

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